
A Milano non sono mai stato, perché partendo da Roma ci sarei andato per dover far qualcosa o per amore. Ma adesso che è in mano a un uomo che la renderà capitale di ogni nefandezza legata ai dannati gruppi etnici, mostri orribili degli incubi, a Milano ci andrei anche per il gusto di visitarla, di vedere con i miei occhi il vento che ha preso a spirare sul resto della Penisola, un vento nuovo che pare essere veleno per i polmoni vecchi e il vecchio cuore di Silvio Berlusconi e della sua Italia.
Milano adesso è comunista, se ho fortuna e ci vado in tempo mi godo qualche bella manifestazione di piazza con finale bolscevico; faccio amicizia, fraternizzo con i migranti, mi compro una sciarpa arancione e vado su è già per Via Monte Napoleone – che ovviamente spero di vedere divelta e piena di vetrine in frantumi.

Milano è rossa! Va be’ diciamo arancione. La Padania tutta soffia arancione su se stessa e dal Nord, quello della classe media avvizzita e piena di rabbia contro tutti, si sente odore di nuovo. In un mondo incartapecorito al cerone di stucco questa parola “nuovo” è come un fiume che inonda una piana riarsa, un flusso inatteso di acqua fresca in una gola assetata.
Siamo tutti felici, abbiamo ricacciato indietro quella massa oscura che ci faceva da cappa, respiriamo ancora una volta all’aria aperta. Abbiamo vinto una battaglia che ci dice della nostra vittoria finale. Il satiro populista è ora come Polifemo: urla e grida disperatamente, ce l’ha con tutti, tranne che con se stesso, ha aggiunto i suoi inetti sottoposti nella lista lunga dei nemici. Ora è vittima anche dei suoi e la sua Italia sta rovinando sul suo capo.
Il popolo ha scelto. Il popolo ha detto la sua. E i nuovi eletti vedono il sole della democrazia sorgere dalle finestre del proprio ufficio e, allora, scendono in piazza e rivangano l’umore nero della sconfitta trasformandolo in rivalsa.
C’è un vento nuovo che tutti ci innalza, sopra sciarpe d’arancio e teli colorati. L’Italia del Cavaliere ha subito il colpo che la disarcionerà, già assapora in cuor suo la polvere. La nostra Italia risorge da un limbo tossico di anestesia e dolore.
Guardiamo al futuro sorridendo di nuovo. E siamo presi da una sorpresa che non pensavamo più di provare che ci instilla euforia e gioia perché d’improvviso qualcosa è cambiato.

Poi il grido dello sconfitto alla fine riecheggia, comprensibile. E lo fa quando il caos della vittoria si acquieta, si torna a casa, sfogati e stanchi e si fa abbastanza silenzio per udire quell’eco inquietante.
“Nessuno!”
Grida il Cavaliere. Nessuno lo ha accecato. Nessuno lo ha sconfitto in casa propria, rivolgendo le armi della calunnia contro il calunniatore, inceppando la macchina del fango un po’ come si farebbe con delle banane nella marmitta di un’automobile. Nessuno ha vinto la battaglia. E se nelle orecchie di Silvio Berlusconi ciò vuol dire che ancora deve nascere quello capace di sconfiggerlo, nelle nostre, i nuovi vincitori, ci dice del punto interrogativo sulla nostra identità.
Chi siamo noi se non Nessuno? Usciti, puzzolenti e malconci, da un antro oscuro, una prigione putrida. Scappati da morte certa sfruttando la tracotanza del nostro aguzzino. Non siamo usciti spada in pugno dal carcere. Non abbiamo fatto strage del nostro carceriere, lo abbiamo accecato e siamo fuggiti a respirare.
Di fronte a noi si apre il mare e ci interroga: Se Berlusconi ha perso perché ha trasformato una competizione elettorale da amministrativa e locale a un plebiscito sulla sua persona, come pensiamo di trasformare a nostra volta la vittoria amministrativa in squillo di tronfi nazionali? Chi di noi ha vinto? Il Pd? L’Idv? Sel? Che Italia vogliamo che porti il vento nuovo? Basta un po’ d’aria fresca per dimenticare la caverna in cui eravamo rinchiusi? Perché mai poi ci siamo finiti dentro? E se la Lega si smarcasse, il Pd con chi andrebbe?
E così via.
Voglio proprio andarci a Milano e guardare in faccia i Milanesi per indovinare quale Italia verrà. Voglio vedere se il vento nuovo che tutti ci innalza ci porterà a macellare i Proci nella sala del trono o a sederci con loro a tavola, vedendo bene di chiudere porte e finestre per paura di un colpo d’aria.
Lyndon
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