Nov 09

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Con la solita lentezza anche il nostro governo cade, seguendo l’inevitabile destino che ha colpito Spagna e Grecia. Piano-piano ci siamo arrivati anche noi a dover rendere conto della crisi, anche se appariva solo una “moda passeggiera” fino a poco fa.

Abbiamo fatto resistenza ma alla fine meccanicamente anche noi dobbiamo chinare il capo sotto il peso di ingranaggi più grandi e inesorabili del nostro capriccio di far le cose all’italiana, tirando la corda, facendo i furbi fino all’utlimo istante.

E’ dunque per una conseguenza, dovuta alla crisi e al complesso modo di risponderle che l’Europa (Francia/Germania) sta attuando, che il governo italiano cade: ultimo carrarmatino che di fronte al tiro avverso dei dadi cede il territorio. Non c’è stata nessuna democrazia delle istituzioni o altre sue declinazioni che siano state capaci di strapparci la maschera berlusconiana. Senza lo sgretolarsi del sistema finanziario europeo  il Cavaliere avrebbe finito - incontrastato -  la sua legislatura, mantenendo saldo il dominio del suo show.

Se il nostro tiranno e il nostro perverso amore per lui fossero stati fatti a pezzi da qualcosa che non fosse finanziariamente determinato, se avessimo avuto l’ardire di seguire idee e indignazione, rabbia e scontento, se avessimo saputo coltivare il nostro giudizio, allora forse la caduta di Berlusconi avrebbe potuto avere a che fare con noi, con una nostra presa di coscienza del veleno che ci siamo sparati in vena per quasi vent’anni (parlo ovviamente delle ultime sirighe di veleno).

Non è così e lo vedo negli occhi dei cani che mordono le vesti del re.

Ma forse quando vedremo che il nostro marcio non verrà lavato via da un governo di transizione o dalla vittoria del Pd/terzo polo, allora ci renderemo conto di avere ancora l’ago in vena e di avere una dignità da rifondare.

Lyndon

Nov 07

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Da un punto di vista tattico-politico è ormai certezza: il governo rischia davvero di cedere, di sgretolarsi. La catastrofe è incaranata da uno dei simboli della politica berlusconiana: Gabriella Carlucci. Tale tasselo fondamentale per la maggioranza tradisce e passa all’Udc, il verdetto è ineluttabile e ha un sapore di divina punizione.

Forse la strada per i nuovi moderati è quella di chinare ancora una volta il capo sotto una spruzzata di cenere per ricevere un altro mandato divino e salvare questo nostro stanco paese.

Lyndon

Giu 14

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Il popolo si è infilato i guantoni e ha iniziato a tirare pugni, ben assestati, al proprio recente passato, alle immagini vagheggiate del proprio futuro, soffrendo ora nel proprio presente per tutto quello che gli è passato sopra.

I colpi che tira feriscono, aprono la carne, la gonfiano, la arrossano e - Cassandra inascoltata - il duomo di Milano sul viso di Silvio Berlusconi sembra una carezza fatta con guanti di raso.

La carne che sanguina però è quella di un intero sistema politico, sociale, etico, estetico et alia. Si tratta di un dolore che colpisce anche i presunti vincitori dell’ultima ora. Il Governo è il bersaglio grosso, quello più esposto ma accanto e legato ad esso anche il complicato universo delle opposizioni viene indistintamente colpito.

Sotto questi pugni violenti s’incrina l’intera Italia degli ultimi anni e non è un caso che al tramontare dell’astro berlusconiano si accompagni la cacciata di Santoro dalla Rai. Anche la carne del campione mediatico delle opposizioni si apre e sanguina. La rozza grettezza in cui è sprofondata la nostra lingua in mano ai nuovi comunicatori - come il “fazioso” Santoro - le urla e gli strepiti, il cattivo gusto ostentato senza vergogna, l’asfittico e arido disappunto di chi storce il naso senza reagire, l’incanto vuoto di una continua campagna elettorale, tutto questo inizia a prendere pugni, sberle come si dice.

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Ma da dove prende il popolo la forza di dare pugni? Cosa ha fatto in modo che si andasse alle urne a votare? E a votare contro?

Il nuovo alcalde - questa è una parola che invidio non poco allo Spagnolo, testimonianza del suo matrimonio con l’Arabo e assai più bella del nostro “sindaco” - dicevo, il nuovo alcalde di Milano fa parte di una sezione minoritaria delle opposizioni e non soltanto per posizioni politiche. Giuliano Pisapia è espressione di un’esigenza di sobrietà ed efficacia e la sua immagine non è l’unica punta delle sue frecce. Egli è stato in grado di rispondere con il linguaggio e le parole, cose che per troppo tempo sono state per noi come sconosciute, alla paura e all’ansia che attanaglia i cittadini di Milano e il resto degli Italiani. La paura di finire molto male andando appresso all’Italia-carrozzone dell’era berlusconiana.

Si dice che il Premier non abbia più la magica capacità di essere in sintonia con gli elettori, che abbia perso la sua attrazione comunicativa, insomma che non sia più in grado di comunicare. E, infatti, Berlusconi non è più il simbolo della nostra pancia, delle nostre paure, del nostro odio, delle nostre speranze. La realtà, cruda, inesorabile e dura alla fine sta aprendo una breccia nel teatro. E la luce che inizia a entrare, come in caverne di platonica memoria, svela la fugace e mendace natura delle ombre che ci governano, sedute sugli scranni del potere o su quelli delle opposizioni al potere.

Così i Milanesi hanno scelto qualcuno che forse non si accecherà di fronte alla luce che inizia a entrare. Un uomo capace soprattutto di non farli naufragare in una cieca e arrogante incompetenza, abbronzata, impeccabile e sorridente di bianco.

La paura dei disastri nucleari, dei terremoti, la paura di vedersi rubata l’acqua dalle case ha fatto scegliere le urne piuttosto che la domenica del piacere confezionato. E sopra a tali paure che Berlusconi non riesce più a esorcizzare, come ha fatto con il terremoro de L’Aquila, si è sovrapposta qualcosa che dormiva da tempo: l’indignazione. L’indignazione dovuta al sentirsi sbeffeggiati da leader - con o senza potere - incapaci e pur con tutti i mezzi per fare che non vogliono rispondere delle proprie azioni, perché legittimamente impediti a essere uomini.

Paura e indignazione muovono i pugni del popolo ma quanti Pisapia esistono?

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Lyndon

Mag 31

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A Milano non sono mai stato, perché partendo da Roma ci sarei andato per dover far qualcosa o per amore. Ma adesso che è in mano a un uomo che la renderà capitale di ogni nefandezza legata ai dannati gruppi etnici, mostri orribili degli incubi, a Milano ci andrei anche per il gusto di visitarla, di vedere con i miei occhi il vento che ha preso a spirare sul resto della Penisola, un vento nuovo che pare essere veleno per i polmoni vecchi e il vecchio cuore di Silvio Berlusconi e della sua Italia.
Milano adesso è comunista, se ho fortuna e ci vado in tempo mi godo qualche bella manifestazione di piazza con finale bolscevico; faccio amicizia, fraternizzo con i migranti, mi compro una sciarpa arancione e vado su è già per Via Monte Napoleone – che ovviamente spero di vedere divelta e piena di vetrine in frantumi.

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Milano è rossa! Va be’ diciamo arancione. La Padania tutta soffia arancione su se stessa e dal Nord, quello della classe media avvizzita e piena di rabbia contro tutti, si sente odore di nuovo. In un mondo incartapecorito al cerone di stucco questa parola “nuovo” è come un fiume che inonda una piana riarsa, un flusso inatteso di acqua fresca in una gola assetata.

Siamo tutti felici, abbiamo ricacciato indietro quella massa oscura che ci faceva da cappa, respiriamo ancora una volta all’aria aperta. Abbiamo vinto una battaglia che ci dice della nostra vittoria finale. Il satiro populista è ora come Polifemo: urla e grida disperatamente, ce l’ha con tutti, tranne che con se stesso, ha aggiunto i suoi inetti sottoposti nella lista lunga dei nemici. Ora è vittima anche dei suoi e la sua Italia sta rovinando sul suo capo.

Il popolo ha scelto. Il popolo ha detto la sua. E i nuovi eletti vedono il sole della democrazia sorgere dalle finestre del proprio ufficio e, allora, scendono in piazza e rivangano l’umore nero della sconfitta trasformandolo in rivalsa.

C’è un vento nuovo che tutti ci innalza, sopra sciarpe d’arancio e teli colorati. L’Italia del Cavaliere ha subito il colpo che la disarcionerà, già assapora in cuor suo la polvere. La nostra Italia risorge da un limbo tossico di anestesia e dolore.

Guardiamo al futuro sorridendo di nuovo. E siamo presi da una sorpresa che non pensavamo più di provare che ci instilla euforia e gioia perché d’improvviso qualcosa è cambiato.

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Poi il grido dello sconfitto alla fine riecheggia, comprensibile. E lo fa quando il caos della vittoria si acquieta, si torna a casa, sfogati e stanchi e si fa abbastanza silenzio per udire quell’eco inquietante.

“Nessuno!”

Grida il Cavaliere. Nessuno lo ha accecato. Nessuno lo ha sconfitto in casa propria, rivolgendo le armi della calunnia contro il calunniatore, inceppando la macchina del fango un po’ come si farebbe con delle banane nella marmitta di un’automobile. Nessuno ha vinto la battaglia. E se nelle orecchie di Silvio Berlusconi ciò vuol dire che ancora deve nascere quello capace di sconfiggerlo, nelle nostre, i nuovi vincitori, ci dice del punto interrogativo sulla nostra identità.

Chi siamo noi se non Nessuno? Usciti, puzzolenti e malconci, da un antro oscuro, una prigione putrida. Scappati da morte certa sfruttando la tracotanza del nostro aguzzino. Non siamo usciti spada in pugno dal carcere. Non abbiamo fatto strage del nostro carceriere, lo abbiamo accecato e siamo fuggiti a respirare.

Di fronte a noi si apre il mare e ci interroga: Se Berlusconi ha perso perché ha trasformato una competizione elettorale da amministrativa e locale a un plebiscito sulla sua persona, come pensiamo di trasformare a nostra volta la vittoria amministrativa in squillo di tronfi nazionali? Chi di noi ha vinto? Il Pd? L’Idv? Sel? Che Italia vogliamo che porti il vento nuovo? Basta un po’ d’aria fresca per dimenticare la caverna in cui eravamo rinchiusi? Perché mai poi ci siamo finiti dentro? E se la Lega si smarcasse, il Pd con chi andrebbe?

E così via.

Voglio proprio andarci a Milano e guardare in faccia i Milanesi per indovinare quale Italia verrà. Voglio vedere se il vento nuovo che tutti ci innalza ci porterà a macellare i Proci nella sala del trono o a sederci con loro a tavola, vedendo bene di chiudere porte e finestre per paura di un colpo d’aria.

Lyndon

intersettiva.it