Pal, we need The A-Team
Forse, visti i gusti del premier, potremmo pensare di protestare contro il bavaglio affidandoci al nudo integrale più che ai post-it.
Forse la curva di un seno, la morbida e soda convessità di una natica ben tornita potrebbero colpire Mr. Berlusconi, titillare i fili che più lo muovono. Noi potremmo evitare il bavaglio, continuare a essere “liberi” e gridare vittoria per lo scampato pericolo.
Sarebbe bello ma, probabilmente, grazie a un nudo ben assestato finiremmo per non affrontare il problema fondamentale: cosa ha portato il Governo a pensare la legge che nella testa del premier dovrà passare blindata alla Camera, in barba all’opposizione finiana?
Le leggi non creano la realtà sociale in cui vivono gli uomini. Le leggi regolano qualcosa che gli uomini già fanno o vorrebbero fare ma che sentono il bisogno di legittimare.
Una legge come quella che il nostro Presidente della Camera contesta, è una legge che sorge da una realtà che è già per buona parte supina e asservita al potere.
La libertà che si reclama ora si è persa già da tempo e nessuno di noi si accorge che la censura governativa non nasce con la legge-bavaglio ma semplicemente è che con essa che si realizza pienamente.
Nessuno di noi si è accorto che è stata ed è, paradossalmente, la nostra stessa democrazia a permettere giuridicamente e chiedere politicamente al Governo la legge-bavaglio.
Siamo noi che non vogliamo le intercettazioni perché sappiamo che il sistema di corruzione italiano non è il nemico ma l’autorità istituita: e ne facciamo tutti parte.
Siamo noi che vogliamo leggere in prima pagina dell’infermiera rapitrice, piuttosto che qualche riga di riflessione seria e pungolante sul futuro di questa nazione e della civiltà occidentale a cui apparteniamo.
Preferiamo discutere dell’identità nazionale cavillando su polemiche patriottistico-musicali o di vil denaro, piuttosto che accorgersi che dietro al nuovo vento federalista si cela l’abbandono meschino e alla rinfusa della nave Italia al grido di “Si salvi chi può!”.
Il lavoro di opposizione che andrebbe fatto - che andava fatto da tempo - è il più difficile: pensare liberamente!
Siamo ancora in tempo per cambiare le cose?
Credo di sì, per quanto le leggi diano autorità e prestigio alla censura, per quanto l’industria dell’intrattenimento mediatico sia il peggior veleno, siamo qui, voi ed io, a pensare liberamente. Siamo in pochi? Forse sì. Ma siamo in rete ed è ciò che basta perché le idee si diffondano e si amplifichino.
Che passi pure blindata questa legge, che passi nonostante l’opposizione finiana, noi ci faremo A-Team: fuorilegge al servizio dei buoni…
Lyndon
Caccia aperta alle malelingue e ai disonesti telematici
La globalizzazione lancia sfide ardue. Sfide che però in quanto italiani non possiamo rifiutare. Il nostro Governo ha a cuore la sicurezza di noi cittadini e per questo ci protegge da minacce di ogni sorta. Ci protegge, il nostro scrupoloso Governo, persino dalla diffamazione. Esso non può permettere che le denigrazioni e le false notizie rovinino la reputazione degli onesti contribuenti.
Allora sì certamente! Per evitare che la menzogna dilaghi è necessario, nonché auspicabile, che chiunque si alzi e dica qualcosa su qualcuno o la scriva magari sul web, ricettacolo principale delle notizie diffamatorie, debba rettificare il proprio vilipendio alla verità in 48 ore.
Il Governo non è, dunque, soltanto accorto e di puntiglioso zelo nel difendere il cittadino dal pettegolezzo e dalle malelingue digitali, esso è anche depositario previdente della verità. Esso sa riconoscere quando la vede svolazzare nella rete digitale una notizia falsa. L’aspetta al varco, attende 48 ore e se non se ne chiede scusa per averla lasciata libera di maledire: giù con una bella multa salata.
Che dire, mie cari, noi non temiamo di certo alcuna sanzione. Noi siamo in perfetta sintonia con la verità. Noi confidiamo nel Governo che riconoscerà le nostre opinioni come conformi alla verità, al di là di ogni ragionevole dubbio.
Anzi a dirla tutta, soprattutto per tranquillizzare i nostri lettori, se il Governo dovesse seguire l’illuminato esempio cinese, potremmo tranquillamente aspirare a servire il bene comune, a servire la verità.
Sebbene il nostro contributo di certo non potrà nemmeno sfiorare ciò che è nelle potenzialità di certe aziende, assai vicine all’interesse comune, che in un immediato futuro garantiranno la qualità della rete proteggendo gli internauti da tutti quei pirati digitali che si servono dei peer-to-peer. Ci riferiamo a quei programmi che tanta potenza di rete risucchiano per sé e per sé soli, impedendo ad altre applicazioni di raggiungere velocità idonee per gli onesti internauti. Per fortuna è stata avviata già una fase di sperimentazione che individuerà con tecniche di avanzatissimo Network Management questi insidiosi, illegali e dispendiosi programmi.
Tutti i corsari, pirati infigardi delle rete saranno controllati e puniti come si conviene. Al contrario gli onesti saranno sempre riconoscibili nei loro corretti e perfettamente conformi a verità percorsi in rete.
Infine, quand’anche e in ogni caso quanto da noi fin qui dimostrato non dovesse bastare a certificare la nostra fedeltà, facciamo la solenne promessa:
Di dire la verità e soltanto la verità, lo giuriamo!
INTERSETTIVA VERACE E VERITIERA
P.S.
Si suggerisce al Governo di proteggerci anche dalle banconote “cattive”, seguendo un altro illuminante esempio.
A tutti gli internauti in ascolto: Pirati in vista!
Il Guardian lo definisce un sensibile cambiamento di rotta dell’amministrazione Obama riguardo ai rapporti con la Cina. E oggi Federico Rampini parla degli attacchi hacker a Google in un’interessante prospettiva, tirando in ballo il buon vecchio uso della pirateria di Stato e mettendo in luce i possibili scontri fra titani per il possesso della rete.
La Cina ovviamente nega qualsiasi sua partecipazione agli attacchi, né confermando né smentendo il copione dei Pirati al soldo della Regina tirato in ballo da Rampini, ma si cura di sottolineare che tali beghe non hanno alcuna pertinenza o cittadinanza a livello internazionale. Insomma gli States stessero al loro posto che il web cinese è cosa cinese.
La questione nazionale - che tanto fece penare a sinistra in un tempo ormai immemorioso - esplode investendo la rete e dividendo i difensori del globo connesso e libero da quelli che invece difendono la spazio virtuale come fosse la terra che abitano.
Un’esplosione che però, bisogna ricordare, ha un sapore estremamente mercantile, lontana dal furore patriottico. Di nuovo i Pirati di regime.
Fra gli occidentali le perplessità etico-politiche sulla censura cinese avevano ragion d’essere sin dai primi albori del web. Si fa strada solo ora una vera preoccupazione perché in realtà i problema è: come possiamo fidarci di Google se il suo motore di ricerca non vende lo stesso servizio in tutta la rete. Come possiamo fidarci se g-mail è violabile da un governo e non da un altro. Insomma, ci sono due spazi mercantili sovrapposti che non seguono le stesse regole e che ledono il rapporto di fiducia fra aziende e consumatori.
Soluzione: giungere a un equilibrio mercantile fra quelle potenze che hanno l’obiettivo di dominare la rete e la sua particolare libertà di “esprimere” prodotti da vendere. Un equilibrio che di fatto rompe la visione aperta e interconnessa della rete che ha ispirato superficialmente le parole della Clinton. Se, infatti, si tratta di spartirsi il mercato del web si giungerà a tracciare dei confini di potestà politico-economica, creando zone differenti non necessariamente o completamente interconnesse, cioè dei cyber-spazi nazionali, dimenticandosi naturalmente di tutto quello che sta dietro al prefisso ‘inter’.
Come si fa a parlare di connessione globale della rete se il caos che regna sovrano riguardo al diritto che regola i rapporti fra Stati è evidente davanti agli occhi di chiunque voglia guardare? Non possiamo aspettarci nulla di diverso per il web non appena emergono interessi economici di rilievo.
Non ci si può indignare e invocare la libertà d’espressione se per accaparrarsi il mercato cinese si è issata alta la bandiera del regime, piuttosto che rimanere fedeli al modello aperto e libero del web. Perché sorprendersi se poi il regime stesso sguinzaglia le proprie navi pirata, esercitando il suo arbitrario potere contro possibili minacce? Il patto col “diavolo” si fa perché si riconosce di non poter vestire i panni dell’angelo fino in fondo.
Le acque dove surfiamo sono piene di polvere da sparo e l’aria tutta intorno grida ancora gli arrembaggi. Se però fra i flutti procellosi intravedete un piccolo ma elegante e veloce legno, con una bandiera con campo nero e in bianco una piccola ‘i’ fra parentesi quadre, non abbiate paura quelli là sopra non sono al soldo di nessuna regina e non fanno questioni sul passaporto.
Lyndon




