Gen 01

A leggere i due articoli di Correire.it e Repubblica.it si ha la sensazione di una scopiazzata da bignami banale e fastidiosa.

Questo appartiene all’incompetenza linguistica della stampa, che è  forma  di inconscia autocensura pericolosissima,  figlia delle stesse menti che dovrebbero combattere ogni bavaglio e perciò molto più difficile da debellare.

Gli articoli, però, parlano della censura di Stato, fatta da leggi che sparano come fossero armi da fuoco sulla libertà degli individui. Leggi a cui Apple si conforma, dichiarando in sostanza che Paese che vai…

Ci si indigna, ci si meraviglia che la mela del Think Differently chini la testa di fronte alla censura Cinese e si pieghi come già hanno fatto Google e Yahoo. Allo stesso modo di questi ultimi colossi del web, Apple è in netto contrasto con le leggi locali cinesi che invece ha dichiarato di dover osservare. Lo è sia da un punto di vista etico sia da un punto di vista legale- second Rfs.

Il punto è però che per quanto l’indignazione sia fondata si tratta solo d’affari, e su di essi si centra tutta la faccenda. Apple fa affari. Questo conta.  Non certo l’etica o il diritto. Il mercato globale sceglie ogni scrupolo e di fronte al guadagno un’azienda vede poco più in là del proprio interesse.  Il danno potrebbe essere solo d’immagine eventualmente ma sarebbe comunque passeggero e fuggevole, considerata la breve memoria del presente.

Perché l’indignazione possa avere una qualche efficacia - a parte produrre articoli mediocri - Apple  dovrebbe vedere in se stessa non solo un’azienda globale ma anche un insieme di individui umani che credono in principi etici e politici in opposizione decisa a determinate usanze e leggi di Paesi stranieri.

In tal caso l’unica arma che è a disposizione per la Mela sarebbe quella di non vendere, di non fare affari, di rifiutare il denaro di uno Stato che censura i pensieri dei propri cittadini - pardon, sudditi credo sia migliore come termine nel caso cinese.

Tutto sommato (e a pensarci bene) è un’arma potente, forse suicida da un punto di vista commerciale, ma eticamene e politicamente il messaggio  sarebbe dirompente.

Ovviamente pur possedendo tale possibilità è presumibile pensare che Apple farà comunque i suoi affari, sebbene dichiarare che è necessario attenersi alle leggi locali incorra in contraddizioni evidenti quando si pensa al caso della Cina.

Infine, tornando alla scopiazzata in stile bignami temo che, per quanto qui da noi gli I-Phone funzionino a dovere, non possiamo dire lo stesso degli umani che comprano il prodotto Apple.

E questo è un suicidio intellettuale, il miglior regalo da fare a un censore.

Lyndon

Dic 18

Se cambia il clima il suo dolore non è inutile. Mah… mia nonna mi ha sempre detto che quando cambia il “tempo” fanno male le ossa… e a quanto pare il “tempo” è sempre lo stesso.

O forse no. No direi proprio di no.

E allora noi ci riconsoliamo con l’aglietto

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INTERSETTIVA

Set 30

Si faccia un giro qui.

Poi, con tutta calma, si rifletta un poco sull’attuale situazione storica, magari e metaforicamente, concedendosi il lusso di una bella torre, dalla quale osservare con comoda acribia.

E’ da un po’ che rifletto sugli eventi dell’arena mediatica di questi ultimi tempi. Le minacce giudiziarie del premier, la risposta a tali minacce di chi si erge ora come paladino della libertà e contro il suo “infrangimento” insorgerà il 3 di ottobre prossimo.

Nel vorticare consueto di parole su tanto emergente argomento, ultima oggi precipita dalla prima persona del favellare governativo: “farsa”. E il teatro esce dalla metafora e può gridare ormai di essere reale.

Farsa, dice il premier, manifestare per la libertà di stampa e d’espressione nel nostro Paese, ridicola manifestazione di et cetera

Lo scopo del premier, forse, è sempre lo stesso da qualche tempo, cioè prendere tempo – nel modo più outrée possibile – prima di finire, prima d’uscir di scena e chiudere baracca, prima che la destra che ha portato al potere si macchi di parricidio. Ma al di là di questo presunto suo scopo, “farsa” non è forse un buon modo di descrivere la lotta dell’ultim’ora per la libertà di stampa e d’espressione in Italia?

In quale cassetto giacevano le dieci domande prima dell’ultimo scoppiettante scandalo sul premier? Soprattutto, dove stavano i paladini di oggi mentre l’informazione giornalistica e televisiva iniziava a imputridire? Quando sulla bilancia dei giornali i soldi dei lettori impallidivano di fronte a quelli degli inserzionisti, quando si iniziò a chiedere ai giornalisti di comunicare piuttosto che raccontare, di informare piuttosto che di riflettere. Dove giacevano addormentati i facinorosi di sabato 3 ottobre quando l’inverno del nostro scontento si tramutava in soporifera estate e le menti di chi avrebbe dovuto tener svegli i cittadini della Repubblica ronfavano già da tempo?

Si parla oggi di attacchi del Governo, si parla di crisi grave della democrazia e giustamente problemi del genere iniziano a puzzare anche a Bruxelles. Ma noi – intendendo i lettori dei giornali colpiti, noi che vorremmo dire e stampare ma temiamo la censura – dove eravamo quando i primi e più agguerriti inquisitori e censori della libertà non iniziammo a essere altri che noi stessi?

Perché ci si accorge adesso che la nostra democrazia traballa? E siamo certi che traballi per colpa di un uomo, per quanto potente? Non siamo stati noi  a permettere a quest’uomo di accumulare potere, a volere che fosse in tutto lo specchio delle nostre virtù e dei nostri vizi? E non siamo noi ora a rinfacciargli questo potere perché, inconsciamente, non lo vediamo più abbastanza degno di rifletterci? Non lo vediamo più abbastanza capace di rappresentarci?

Ci accorgiamo ora di questo “infrangimento” soltanto perché il re ha perso il suo carisma e di conseguenza sta perdendo il suo potere. La nostra libertà agonizza da anni e forse è ciò che volgiamo perché chi è libero sul serio è l’unico responsabile delle proprie scelte.

Lyndon

intersettiva.it