Nov 09

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Con la solita lentezza anche il nostro governo cade, seguendo l’inevitabile destino che ha colpito Spagna e Grecia. Piano-piano ci siamo arrivati anche noi a dover rendere conto della crisi, anche se appariva solo una “moda passeggiera” fino a poco fa.

Abbiamo fatto resistenza ma alla fine meccanicamente anche noi dobbiamo chinare il capo sotto il peso di ingranaggi più grandi e inesorabili del nostro capriccio di far le cose all’italiana, tirando la corda, facendo i furbi fino all’utlimo istante.

E’ dunque per una conseguenza, dovuta alla crisi e al complesso modo di risponderle che l’Europa (Francia/Germania) sta attuando, che il governo italiano cade: ultimo carrarmatino che di fronte al tiro avverso dei dadi cede il territorio. Non c’è stata nessuna democrazia delle istituzioni o altre sue declinazioni che siano state capaci di strapparci la maschera berlusconiana. Senza lo sgretolarsi del sistema finanziario europeo  il Cavaliere avrebbe finito - incontrastato -  la sua legislatura, mantenendo saldo il dominio del suo show.

Se il nostro tiranno e il nostro perverso amore per lui fossero stati fatti a pezzi da qualcosa che non fosse finanziariamente determinato, se avessimo avuto l’ardire di seguire idee e indignazione, rabbia e scontento, se avessimo saputo coltivare il nostro giudizio, allora forse la caduta di Berlusconi avrebbe potuto avere a che fare con noi, con una nostra presa di coscienza del veleno che ci siamo sparati in vena per quasi vent’anni (parlo ovviamente delle ultime sirighe di veleno).

Non è così e lo vedo negli occhi dei cani che mordono le vesti del re.

Ma forse quando vedremo che il nostro marcio non verrà lavato via da un governo di transizione o dalla vittoria del Pd/terzo polo, allora ci renderemo conto di avere ancora l’ago in vena e di avere una dignità da rifondare.

Lyndon

Feb 23

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Il sangue dei reietti, di quegli sporchi e indesiderati umani dell’altra sponda, il fumo delle loro case e dei loro corpi bruciati sembra che ci abbiano interrotto, distraendoci dai nostri affari: chi in cerca della goccia di peccato della carne sufficiente a vincere, chi in cerca di sofismi al botulino per rimanere al proprio posto.
Le urla dei rivoltosi ci hanno infastidito perché la loro rivoluzione, la loro rabbia contro il raìs, contro il capo, fa impallidire i barocchi tentativi di liberarci del nostro fantoccio al potere. Ci hanno seccato questi beduini ingrati perché si pensava che un baciamano potesse assicurarci dei cospicui guadagni a buon mercato.

I Libici sono il nostro doppelgänger, il nostro doppio oscuro, l’altra metà di noi oltre lo specchio. E adesso che il loro odio e la loro sete di libertà sono esplosi improvvisamente non possiamo che guardarli in faccia, caduta la maschera dell’arabo cattivo e terrorista, fanatico e integralista o quella dell’arabo buono, collaboratore, antisemita solo nel privato, ottimo partner commerciale e baluardo, garantito da una dose necessaria di brutalità, delle masse povere che sopravvivono oltre lo specchio.

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Ora li dobbiamo guardare: hanno anche loro il web, gli smartphone, i portatili; anche loro hanno gli stessi nostri desideri, le nostre stesse paure. Ora dobbiamo riconoscere che l’unica cosa che ci divide è la ricchezza. Non la democrazia opposta alla legge islamica, non la civiltà della comunicazione opposta all’immobilismo della tradizione coranica. Solo la ricchezza ci divide e di conseguenza la fame di libertà.

Noi, della ricca Europa, ne siamo sazi di libertà, satolli al punto da non accorgerci che sempre più di frequente si apre una falla incrementando le perdite. Loro, seduti sulle nostre ricchezze come guardie cenciose, hanno un gran buco allo stomaco, una fame tale da sfidare le armi e le bombe.

La paralisi dell’Unione Europea di fronte alle rivolte del mondo arabo denuncia come l’ormai ovvio vassallaggio del potere politico – cioè, tanto per ricordare, il potere degli eletti dal popolo – nei confronti dell’interesse economico abbia intessuto relazioni profonde con dittature o monarchie assolute disumane e brutali. Ma oltre a tale vergognosa meschinità, questa paralisi diffusa fra gli Europei denuncia una verità più scomoda e terribile da riconoscere: la democrazia non è un bene per tutti. Soltanto alcuni popoli possono permettersela, gli altri devono sacrificarsi in una condizione ancillare perenne; perché la democrazia alla fine non è nient’altro che un tipo particolare di mercato, i cui confini devono rimanere circoscritti per funzionare. Insomma, alla festa non possono essere invitati tutti gli umani, la democrazia è un bene di lusso.

Tale verità viene poi mascherata e indorata da una melliflua ipocrisia che mescola l’autodeterminismo dei popoli con un superficiale relativismo politico, in cui tutte le vacche sono nere e a scegliere le migliori è soltanto questione d’olfatto: quelle ricche si lavano, quelle povere rimangono nel fango. E allora ecco confezionato il paradosso della ricca e democratica Europa che compra energia e fa affari con le dittature del Nord Africa senza farsi alcuno scrupolo; come continua a non farsi scrupoli mentre assiste attonita e sorpresa alla morte di quei popoli che chiedono libertà: “ma come, non vi piaceva essere guidati dal vostro raìs?” Sembra chiedere sbigottita.

La libertà per cui migliaia di Europei hanno dato la vita – come ora i Libici – è ridotta a bene di consumo, prezzata e venduta al miglior offerente. Questo ci dice il sangue dei nostri doppi oscuri, ci dice del nostro tradimento, prima che della nostra vile ipocrisia, alla quale forse siamo ormai abituati.

Gheddafi dichiara di essere leader a vita, morirà per la sua Libia. Chi sa con chi contrarremo matrimonio una volta che la morte ci avrà separato dal raìs, chi sa con chi firmeremo l’ennesimo contratto. Certo è che la morte non porterà via soltanto il beduino folle dittatore, lei ci ha già toccato inesorabilmente l’anima.

Lyndon

Set 29

 

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Imparare da ciò che è stato presuppone l’abilità di preparare una particolare, instabile e rara pozione, in cui si riesca a mescolare al punto giusto oblio e memoria, e poi esser capaci di far bere a tutti questo prezioso intruglio.
In realtà, credo che su larga scala non si impari dalla Storia ma si venga semplicemente affascinati a sufficienza da un particolare modo di raccontare la Storia. Chi riesce in questa impresa può trasmettere al futuro certe “lezioni” del passato. Altrimenti lasciarsi ispirare dal passato e riproporne una versione aggiornata.

Il futuro d’Europa assomiglia molto al suo passato. Ne è l’immagine riflessa – in un intervallo di tempo neanche così lungo – amplificata e magnificata come soltanto l’immaginazione in cerca di epica a buon mercato può fare.

I segni?

Gli Scandinavi che, svegliati di soprassalto dai loro sogni di socialdemocrazia reale, si rendono conto di poter essere xenofobi e avere gli stessi problemi con l’immigrazione degli altri Paesi europei.
La Francia, la Repubblica, che si scopre Nazione etnocentrica, espelle i Rom e vorrebbe togliere la nazionalità francese a quelli che Francesi lo sono per “acquisizione” e non per chi sa quale diritto di sangue. La terra della Rivoluzione che torna ad ammiccare ai valori dell’orribile nemico: l’ancien regime.
Il mondo anglosassone e ciò che rimane ancora dell’Impero americano hanno smesso di farci sognare, di regalarci il futuro, il progresso di scienze e tecniche. E’ come se avessero abiurato alla missione baconiana di conoscere e asservire la natura perché presi nell’incubo del terrorismo globale, bloccati dal sospetto, incattiviti a tal punto da vedere in ogni cosa che si avvicini troppo un pericolo mortale.
La Germania, che ha ripreso a isolarsi in sé, a rimboccarsi le maniche per far fronte alla crisi, a macinare a testa bassa senza guardare cosa le succede attorno. Scavando in se stessa cosa troverà? Quale rimedio scoprirà, quale soluzione vorrà poi imporre?

E noi, sgretolati in ogni dove. Ci votiamo al prete, al mafioso, al politico, all’amico, sfiduciati in noi stessi, incapaci di guardare in faccia la disperazione di uno Stato che si tiene in vita probabilmente perché al giorno d’oggi le invasioni non sono più come quelle che la Penisola ha sempre subito, sono più sottili, mercantili, commerciali, finanziarie. Ma certo è che se fossimo in un tempo diverso, per come siamo in fratricida guerra fra noi, nessuna grande Nazione d’Europa avrebbe fatto fatica a invadere e spazzare via la Repubblica italiana.
E forse, proprio perché questa vulnerabilità la sentiamo, ritornano a galla dal nostro recente passato storie di epici destini, di imperiali compiti, di nobili discendenze italiche, quasi a instupidirci con le immagini e le propaganda del ventennio per non vedere che l’unica arma che abbiamo per arginare mafia e corruzione, per tener fuori dalla porta i lupi, è la preghiera.

E poi la Spagna socialista che scricchiola sotto le urla dello sciopero generale. Il Belgio, simbolo della convivenza fra gli eredi delle due anime più importanti d’Europa: Latini e Germani, che non trova più motivi per restare unito e si lascia conquistare dagli odî etnici.

La ricchezza e la prosperità si assottigliano, gli Europei si sentono insicuri, avvertono di essere assediati da schiere oplitiche di diseredati che si aggirano famelici e che voglio le loro ricchezze. E quindi in un lampo dimenticano la tolleranza, il pensiero critico, la tutela della libertà dell’individuo, i valori delle rivoluzioni borghesi. Dimenticano e addormentano i lumi del proprio pensiero. E gli ultimi strascichi dell’Illuminismo si annacquano, obliati e cancellati dalla paura, dalla necessità di sopravvivere.

Si è discusso molto sulla crisi economica, sulle sue cause, su i possibili rimedî. Si sono schierate le truppe dei media contro la finanza e le sue maschere. La trasformazione dell’economia che si è spostata inesorabilmente verso un’ottica centrata sul valore finanziario delle imprese, abbandonando la produzione, lamentando un distacco dalla realtà a causa di sogni di facili guadagni fatti non più con i soldi “veri” ma con i segni dei soldi, i nomi delle imprese che in realtà erano ben altro. Ed è questa delusione dei sogni della finanza che ha contagiato l’intero sistema economico mondiale. Un tonfo enorme, come quando ci si sveglia da un sogno con la spiacevole sensazione di cadere.

Ma al di là delle considerazioni di tipo tecnico, che posso solo abbozzare, c’è qualcosa di più profondo nella crisi, qualcosa che giustifica in modo sostanziale la vertigine conservatrice che tutti avviluppa.

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Il sogno infranto da cui ci siamo svegliati d’improvviso, come se cadessimo d’improvviso da quella che credevamo una comoda poltrona, è il mondo costruito dai campioni del capitalismo d’Occidente, pionieri del progresso scientifico, delle conquiste tecnologiche, dell’integrazione dei popoli, uniti dallo stesso modo di fare affari, dallo stesso mercato. Il mondo che la crisi ha smascherato è quello descritto dalla filmografia americana degli anni ’80. Un mondo fatto di competenze intellettuali sempre più raffinate al servizio di un mercato fondato su tecniche finanziarie sempre più astratte e sempre più assimilabili a complesse teorizzazione matematiche. I signori incontrastati di quel mondo vincevano le proprie guerre in punta di fioretto.
In un mondo del genere ci siamo illusi di poter diventare degli specialisti, qualsiasi fosse il nostro campo professionale. Ci siamo illusi di poter vivere il futuro roseo delle magnifiche sorti e progressive. Ci siamo illusi che il libero mercato potesse svilupparsi ipertroficamente facendoci tutti ricchi, intellettuali, tecnologicamente avanzati, illuminati, tolleranti delle diversità di lingua, religione e costumi ecc. ecc.

La realtà, dura, spietata, ci ha fatto ricredere e mettere in soffitta il progresso e la tolleranza, il gusto e l’amore per la cultura e per chi osa nel campo della mente. Ed ecco gli attacchi alla scienza, alle sue imprese giudicate troppo ardite come lo sono state quelle della finanza: illusori sogni da matematici. Lo spettro della povertà, lo specchio della nostra ricchezza infranto ci ho reso ostili e cattivi, insofferenti al cambiamento e allergici a tutto ciò che non è tradizione: porto sicuro quando il mare è in tempesta.

Ma il baratro in cui il sogno, finendo di colpo, ci precipita è molto più profondo di quanto pensiamo. Il buio di questo Tartaro inaspettato – fatto di cataclismi ecologici, che ci rendono arbitri incontrastati in negativo delle sorti naturali, foraggiando la nostra vanità in un meccanismo masochistico e contradditorio – ci tira giù nelle viscere di qualcosa che pensavamo sepolto.

Ciò che stiamo vivendo non è inscrivibile nell’alternanza fra forze progressiste e forze conservatrici. Cosa più che naturale nella vita di sistemi democratico-liberali. Ciò che vediamo nel nostro Parlamento, come nel resto del Continente, è il tramonto della democrazia. Le forze conservatrici che avviluppano l’Europa, l’Occidente e il Globo intero non appartengono alla tradizione liberale.

Oltre alla crisi delle sinistre, della socialdemocrazia europea e del socialismo, c’è qualcosa di più grave. Non si tratta soltanto dell’incapacità di una certa classe politica o di una certa area politica di interpretare il presente. La destra vince perché si sta smarcando dalla tradizione liberale. Perché di fronte all’immigrato, alla sua differenza e ai problemi che ciò comporta in un periodo di vacche magre, non si affida alla costituzione, alla legge del proprio Stato, ma ai valori, agli usi e costumi della propria gente. La trasformazione degli Stati in Nazioni, cioè il passaggio da un sistema che basa la coesione fra gli individui sulla legge a uno che si fonda sull’appartenenza etnica, è un sintomo letale.

In che modo si può pensare all’integrazione di masse di umani provenienti da realtà sociali differenti dalle nostre se al loro arrivo, oltre alle difficoltà di sopravvivenza, devono sobbarcarsi uno status d’alterità inamovibile? Uno straniero in uno Stato etnocentrico sarà sempre uno straniero.

In un’ottica del genere, che fine fanno i diritti universali? E, ancor più grave, che fine fa il diritto?

E non dobbiamo pensare che ciò colpisca esclusivamente il nero, mussulmano, povero e un po’ fetente che sbarca sulle nostre coste. O qualsiasi altro straniero. Senza diritto, ognuno di noi rischia di diventare straniero. Ognuno di noi rischia di diventare un sovversivo, un nemico del popolo.

In queste ore Berlusconi rivendica il proprio potere governativo perché scelto dagli elettori. L’investitura popolare che Berlusconi invoca per sé è quanto di più antidemocratico si possa dire in un Parlamento (il mercato di deputati è quanto di più disonorevole e meschino si possa fare in un Prlamento). E ciò perché il popolo di Berlusconi è un popolo che non esiste, un magma indistinto, un effetto scenico per il suo show. Il popolo di Berlusconi è una massa anestetizzata che non può far altro che votare per lui. Un popolo che non sa scegliere e che non può scegliere, che non ha alternative né futuro.

Dov’è la democrazia?

La democrazia non c’è. Non c’è fra i palazzi della politica come negli uffici, nelle scuole, per strada. Non c’è democrazia perché non c’è legge né diritto. Non c’è democrazia perché gli individui non sono più tali ma amici di, parenti di – nel nostro caso. In realtà diverse, prima di essere individui sono Francesi di denominazione controllata. Oppure sono veri Svedesi. In altri casi sono bianchi e protestanti. In altri ancora ferventi cattolici.

Mentre Sarkozy, francese per approssimazione secondo i nuovi canoni di nazionalità da lui stesso promossi, espelleva questa estate gli indesiderati Rom, io me ne stavo a Parigi, nel Pantheon che celebra i Grandi di Francia. Me ne stavo lì a contemplare l’omaggio alla scienza del pendolo di Foucault, e a riflettere sulla scritta che fa da didascalia al monumento a Diderot:
“L’enciclopedia prepara all’idea di Rivoluzione”

Come le parole e il loro significati, il sapere che esse contengono, in ordine alfabetico non hanno un trattamento di favore, cioè sono tutte uguali di fronte alla legge della processione alfabetica, così gli individui dello Stato, la dignità che essi hanno, sono tutti uguali di fronte alla legge.

Noi ora diamo credito a chi non crede più nell’ordine alfabetico e dipinge il nostro futuro secondo ordini di valore, in cui alcuni vengono trattati in un modo altri in un altro in relazione alla propria affiliazione o, peggio ancora, al proprio sangue.

La crisi ci ha reso prima diffidenti nel futuro, perché scottati dallo svanire di quello che speravamo dovesse toccarci in sorte per meriti di progresso. Poi ci ha gettato nel sospetto e nella paura dell’alterità. Ora torniamo a parlare di futuro ma davanti a noi abbiamo solo uno specchio, che la nuova Destra che tutti ci avviluppa ha posizionato al punto giusto per farci vedere che ciò che ci aspetta è ciò che in un tempo dimenticato abbiamo combattuto.

Lyndon

Giu 01

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Ma perché quell’arrembaggio sconsiderato in acque internazionali, senza che Israele fosse minacciato nella sua sicurezza, discredita uno dei suoi valori fondativi: la superiorità morale preservata da una democrazia anche nelle circostanze drammatiche della guerra.

Gad Lerner

Nessuno di noi può vantare alcuna superiorità morale.

Lyndon

intersettiva.it