Set 04

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A tutti gli atei si comunica una notizia strabiliante:

Se a Umberto Bossi si propone la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazioni si può affermare con certezza che non si ha più alcun bisogno di Dio per raccontarci come è nato l’universo.

Bisogna crederci, lo dice il Corriere della Sera, che fra il turbinio del sesso veneziano e delle notizie dal mondo politico italico - ormai allettante quanto un film porno visto e rivisto - ci dice che Stephen Hawking dà per buona ormai l’ipotesi di un universo autogeneratosi secondo una necessità intrinseca alle leggi della Fisica. Insomma, la storia non poteva che andare nel modo in cui è andata. Per usare le parole di Galilei nemmeno Dio può far sì che il fatto non sia fatto. E ciò vale sia per i meriti accademici di Bossi che per le ipotesi atee di genesi dell’universo.

Le due notizie apparentemente inconciliabili - e da un punto di vista logico e da un punto di vista umano - sono da ritenersi una vera manna dal cielo - l’espressione non ha alcuna tensione mistica s’intende - per tutti coloro che da sempre credono nell’assenza di disegni divini o di provvidenze amorevoli. Pensiamoci bene, nessuno scenario che abbia come fondamento tali entità regolatrici potrebbe ammettere la presenza della laurea a Umberto Bossi senza cadere in una spiacevole contraddizione. Nessuna inttelligenza divina permetterebbe che le si facesse l’affronto così grave di veder laureato il Signor Umberto Bossi.

Il problema però è che con l’inevitabile necessità e la cieca meccanicità del cosmo non solo si mette in cantina l’idea di Dio creatore - mantenendo al massimo per gli irriducibili l’ipotesi dell’esistenza di un Dio epicureo che se ne sta per fatti suoi senza far danno a nessuno - ma si afferma anche che la laurea a Umberto Bossi - ed eventi simili - è inserita in un cieco destino, in un progetto autogeneratosi che non potremmo mai cambiare.

Sinceramente, preferirei potermela prendere con qualcuno se certe cose accadono. E visto che gli uomini si defilano sempre in questi casi, dio sarebbe stato un ottima via di fuga per le mie frustrazioni.

Ma tant’è, per poter affermare che Dio non è necessario dobbiamo tenerci Bossi dottore e assumersi la responsabilità di aver fatto di tutto perché le cose andassero nel modo in cui non avrebbero potuto che andare.

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Lyndon

Apr 14

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Francesco Merlo si stupisce della debolezza e della fragilità che caratterizza la nomenklatura cattolica in questi ultimi tempi. Alle accuse di pedofilia che, come funghi dopo la pioggia spuntano ovunque, la Chiesa di Roma risponde da “cavernicoli”, sprizzando omofobia, danneggiando quindi prima se stessa che gli omosessuali o chiunque altro sia passibile di critica divina.

Collegare causalmente omosessualità e pedofilia sembrerebbe, stando alle parole di Merlo, una caduta di stile dei vertici cattolici, una cantonata comunicativa. Quindi stupisce a Merlo non tanto quel che viene detto da Bertone - “il numero due dello Stato Vaticano” - contro una minoranza, che sia la lobby sionista del New York Times o quella degli invertiti anticlericali preconcetti, quanto il fatto che non ci si aspetterebbero parole del genere da un “illustre cardinale”, il quale “ha infatti un rapporto altissimo con il candore e con l’amore, un’abitudine filosofica con la profondità” poiché “è un uomo di Dio”. Una “bugia” - attenzione, non una menzogna o un ignobile falsità, una “bugia” quasi si trattasse d’un episodio da Libro Cuore - per Merlo se detta da un teologo “è ancora più grave”.

Dunque, per prima cosa mi viene da pensare riguardo  all’abitudine filosofica alla profondità dell’uomo di dio. Prendendola in termini teorici la cosa suona abbastanza ridicola. Merlo pensa che un uomo capace di credere con un salto nel buio e senza alcun dubbio ragionevole in qualcosa - dio - di razionalmente indimostrabile abbia un’abitudine alla profondità, pergiunta filosofica! E’ come esser convinti che un tizio non possa dire bugie poiché crede fermamente che gli alieni lo chiamino regolarmente via spirito informandolo sul tempo, cioè crede fermamente e da idiota in qualcosa di indimostrabile.

La bugia detta da un teologo è più grave della stessa bugia detta da un ateo?

Poveri noi miscredenti disabituati al candore e alle profondità dello spirito…

Prendendola con un taglio storico il “rapporto altissimo con il candore e con l’amore” suona invece ipocrita. Sappiamo bene le atrocità perpetrate in passato e di recente in nome di dio e delle sue chiese - cattolica fra le prime. Dunque come potremmo esser certi che un uomo appartenente alla élite dirgente di un’istituzione con una storia talmente sanguinaria e barbara possa avere un necessario e altissimo rapporto con amore e candore? Nessun ragionevole dubbio a riguardo, Signor Merlo? Pare di no.

Nel commento di Merlo, è  vero, c’è una critica alle dichiarazioni omofobe di Bertone - cosa per altro facile da fare per stessa ammissione di Merlo -  ma tale posizione è inscritta in una struttura che ingiustificatamente guarda alla Chiesa Cattolica come un “uno dei poteri più antichi, sapienti e collaudati” da cui ”ci si aspetterebbe un’intelligenza e una spiritualità più attrezzate.” Merlo non riesce a capire come un uomo di chiesa “non si renda conto di quanto sia oltraggioso imputare di reato l’omosessualità”. La penna di Repubblica non si sogna nemmeno di ribaltare i termini del discorso e pensare che in quanto uomo di chiesa il Signor Bertone non ha alcun problema a dire ciò che ha detto. E tale ribaltamento si giustifica sia teoricamente - poiché da un tizio che crede in qualcosa di indimostrabile aspettarsi onestà intellettuale e chiarezza nel ragionamento è una stupida illusione - sia storicamente - perché la Chiesa Cattolica ha dimostrato ampiamente che difronte alla propria autoconservazione non guarda in faccia a nessuno e tende a consegnare gli oppositori al braccio secolare con barbara consuetudine, figuriamoci se dovesse sentirsi in imbarazzo se qualche invertito contronatura se la prende per certe dichiarazioni.

Sembrerebbe che agli occhi di Merlo la Chiesa Cattolica non sia quel consorzio umano che si è opposto e continua a opporsi strenuamente alla Riforma Protestante e a una revisione in chiave moderna del cristianesimo, che sostiene posizione medioevali in fatto di sanità e calpesta scientemente il corpo degli esseri umani in nome della loro anima su cui pretendono il monopolio, che si batte contro la secolarizzazione e modernizzazione della società quasi fossero un cancro. Se Merlo avesse più chiare le caratteristiche politiche, etiche e teoriche su cui poggia la Chiesa Cattolica - cioè, monarchia assoluta e pensiero dogmatico - forse si stupirebbe di meno.

In conclusione un ultimo appunto: Signor Merlo, come si fa a commentare le parole del Signor Bertone, convinti dell’atrocità del reato di pedofilia - che prima è “uno dei tanti misteri della psiche e della storia dell’umanità” ma poi però ”per noi è perversione, è depravazione, è violenza”: mah! -  dicevo come si fa a scrivere un commento senza semplicemente dare voce allo sdegno per il rozzo e malvagio disprezzo della dignità umana che il Signor Bertone non ha avuto nessuno scrupolo a manifestare e dichiarare pubblicamente? Perché inventarsi giri di parole tentando l’inversosimile e il ridicolo pur di baciare i piedi dell’illustre cardinale?

Se un assassino difendesse il suo omicidio con la stessa impudenza, la stessa tracotanza e rozza superbia che la Chiesa Cattolica usa a proposito dell’affaire pedofilia,  avremmo la stessa ipocrita reazione?

Pubblicare un commento come quello scritto dal Signor Merlo su Reppubblica online vuol dire farsi in parte complici della vile, meschina e ingnobile campagnia fatta di diversivi e disonesti giochi fumosi che la Chiesa Cattolica ha messo in campo per sviare dal punto fondamentale:

Hanno violentato bambini e bambine e hanno coperto i misfatti, finché hanno potuto, per evitare lo scandalo.

Questo non è argomento da Librio Cuore.

Lyndon 

Dic 02

Un crocifisso, una vergine col bambino, dalle alte finestre la luce cade di taglio, una benedizione. Il frate, candido, di fronte a chi sta per giurare fedeltà: un carabiniere.

Il decimo anno del terzo millennio per l’Arma vuol dire ribadire il suo cieco giuramento, il sul tacere nell’obbedire e nel morire - finiscono in rima, ché forse stanno in luogo anche d’una somiglianza di significato?

Un corpo scelto del nostro esercito giura fedeltà. Ma a chi sta giurando e come? Qual’è il prezzo che si richiede a chi sta per suggellare il proprio giuramento, se di fronte c’è un indubbio richiamo religioso a quell’assoluto e inconoscibile al quale si deve obbedienza cieca, cosa comporterà la fedeltà che si offre?

Di fronte a chi rappresenta la legge della Repubblica - la ‘R’ è maiuscola ma solo per motivi terreni, sia chiaro - sta un barbuto e saggio ministro di una legge che non è di questo mondo.

La prossima volta che mi chiederanno i documenti forse dovrò rispondere in latino o semplicemente:

obbedir tacendo e tacendo morir

Lyndon

Ott 04

Davide Rondoni è autore di un articolo di riflessione sull’attuale discussione della Camera dei Deputati riguardo la legge sul testamento biologico. Articolo apparso sul Sole 24 Ore del 2 ottobre scorso. Il titolo, Quando si  muore non si muore soli, sottolinea sin da subito una certa intenzione di Rondoni di affrontare il problema del testamento biologico con un taglio che faccia leva sull’aspetto emotivo, umano e culturale, mettendo mano inevitabilmente a una tattica retorica dagli indiscussi esiti patetici. La morte solitaria, di un uomo irrimediabilmente isola per gli altri uomini, una sorta di misantropo suo malgrado, colpito da una sventura tipica dei nostri tempi: la solitudine; tutto questo evoca nel lettore immediatamente ricordi di morte e di dolore, emozioni che toccano le nostre intime esperienze col nulla che gira attorno a ogni vita umana.

Ciò che però val la pena di discutere è prima di ogni altra cosa una definizione di autodeterminazione buttata là nel testo da Rondoni, senza troppo preoccuparsi di possibili crepe o dubbi. Si tratta di una parola, un’idea, che viene bollata  come filosoficamente debole, algida e infine pure comica. Motivo di questa inappellabile sentenza è l’evidente natura relazionale e sociale degli esseri umani, i quali si illudono di potersi autodeterminare ma in realtà non riescono a scegliere nulla per proprio conto, tanto sono immersi nei legami sociali, nelle relazioni con altri esseri umani o aggregazioni di tali esseri. La pena per chi voglia realmente incaponirsi ad autodeterminarsi è una terribile solitudine. Uno stato d’essere tanto paradossale quanto doloroso per Rondoni, che con una pietà manifesta descrive quel pover’ uomo che in tale intento si cimenta come un essere costretto a descrivere nei minimi particolari - e qui entra in gioco il testamento biologico - persino la sua morte. Un disgraziato che non avendo amici, familiari  a cui affidarsi, sta solo davanti allo Stato e pretende quindi un testamento.

La cosa curiosa di questo argomento è che se nessuno di noi avesse la facoltà reale di scegliere solo perché siamo animali sociali, con amici, nemici, familiari, sconosciuti e via di seguito, sembrerebbe allora che nessuno di noi sarebbe responsabile delle proprie azioni, anzi non esisterebbero nostre azioni ma solo azioni del vasto sistema di relazioni che è la sfera sociale di ognuno di noi. Allora se dovessi innamorarmi di una donna, tradendo mia moglie, la colpa andrebbe equamente condivisa fra tutte le persone che conosco e gli alimenti a mia moglie li dovrei pagare io e tutti i miei amici e familiari - quindi anche mia moglie. Continuando con l’iperbole, che fra le parabole è la più esplicativa,  chi riconosce di non essere mai solo, di non poter mai realmente scegliere da sé, sarà sempre confortato dalla comunità sociale a cui appartiene, in essa troverà sostentamento, ragion d’essere, in essa soltanto egli esisterà senza contraddizioni. Se malauguratamente si avesse l’ardire di dire che, in realtà, per quanti amici si abbia, e familiari al seguito si riceva in dote dalla nascita, a decidere delle azioni si è alla fine da soli, allora dovremmo cercare purtroppo di redigere una legge che protegga la nostra malattia mortale: la voglia di stare soli di fronte alle scelte e l’ideologia dell’autoderminazione.

In altre parole, a me pare che l’uomo che ha tanti amici e una famiglia a cui affidarsi assomigli - iperbolicamente s’intende - a un affiliato di una cosca o corporazione. Chi invece si affida alla legge nei rapporti con gli altri e lo Stato mi pare molto simile - e qui l’iperbole si innalza ancor più -  a ciò che dovrebbe essere ogni cittadino di una Repubblica democratica. Infatti, a quanto ricordo, in uno Stato moderno il cittadino, al di là degli amici e della famiglia che ha, sta solo di fronte all’autorità, e ciò che sta in mezzo non sono le conoscenze del cittadino, le persone alle quali si affida e che ama, ciò che sta in mezzo è la legge, la Costituzione in primis.

Rondoni dice che Dio non c’entra - lo dice più volte come se avesse timore che qualcuno ne possa dubitare - il problema sta nel come ci vediamo: vivi e pieni di amici e persone che amiamo o soli di fronte allo Stato. Concedo che Dio possa non entrarci - anche se la sua squadra di amici è una di quelle più potenti a cui affidarsi - ma l’artificiosa opposizione di Rondoni è di una disonestà disgustosa. Non c’è alcun motivo per cui un uomo che si affidi alla legge per proteggere la dignità della sua persona umana debba essere descritto come un moribondo solo, disgraziato, senza amici o parenti; invece chi si affida alla benevolenza di altri che scelgono al suo posto muore in compagnia, amato e onorato.

Dalla famighjia non si esce, nemmeno quando la nostra vita è finita?

Lyndon

intersettiva.it