Gen 13

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FILZ TV  Joseph Beuys

La redazione di Intersettiva ospita in questo angolo della poesia del nuovo anno un contributo esterno di un giovane e promettente ragazzo - nella misura in cui, ovviamente, egli è imparentato con uno dei membri della redazione stessa.

Il problema è che NOI ci PREOCCUPIAMO.
Molto rumore, nessun rumore…non fa alcuna differenza.
L’immagine entra. Questo è IMPORTANTE!
In quale MODO? L’uomo chiede.
Per quale MOTIVO?
In che DECADE?
Non ha senso ormai.
Ora si scherza.
La commedia non morirà mai!
Il dramma del reale non può essere sedato. Può essere
criticato,
guardato,
ascoltato ma
mai debellato.
Apri l’informazione e trovi un rettangolo bianco. Nero. Grigio.
Non si ferma mai.
LUCI AD INTERMITTENZA.
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La sedia di paglia è là.
VUOTO
è il posto.
NESSUNO
siede.
Un mobile di mogano regge l’oggetto dei desideri.
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Chiudo la porta e vado via. La scena inizia con un uomo dai capelli brizzolati. Prepara una valigia in maniera tesa e con i primi indumenti presi dall’attimo parla sottovoce.
La luce è soffusa.
° °°°à°

Il mobile di mogano è vuoto.
La sedia di paglia è là.
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Quella donna giapponese ride sempre da quell’enorme schermo
su di un palazzo.

Bianco su sfondo rosso.

La valigia non si chiuderà mai.

Il mobile di mogano ha di nuovo uno scopo.

Aëartis Zigulaë

Nov 02

I medici non hanno potuto obbligare Stefano Cucchi  a bere e mangiare, il ragazzo non voleva, si giustificano. E’ possibile che in tutto il Pertini non vi fosse un pio timorato di dio, capace di sostenere la vita a ogni costo, pure quello di contraddire certe uniformi? Dov’era il rispetto per la vita dei medici obiettori di coscienza? Quando il corpo da tenersi stretti era quello di Euana Englaro nessuno avrebbe staccato la spina. Con Stefano Cucchi invece si rispetta la sua presunta decisione di rifiutare cibo e acqua? Che amara e contorta manifestazione di civiltà!

Poi terribili suonano anche queste parole nell’articolo di Repubblica:

“Non sapevamo che avesse una famiglia” avrebbe riferito il dottor Aldo Fierro. E, forse, questo spiega tante cose e tante noncuranze.

Cosa spiega? Il fatto che senza l’appoggio di una famiglia un individuo nelle mani dello Stato è in balia della follia feroce e dell’indifferenza meschina di altri indiviui? Purtroppo sì, queste parole spiegano proprio questo: senza casa, senza famiglia, la legge è inesistente.

Si comprende perché fosse necessario tenere lontana la famiglia di Stefano Cucchi dall’ospedale. Gli assassini non temevano la legge, temevano la famiglia.

E questo fa ancora più male.

Lyndon

Ott 04

Davide Rondoni è autore di un articolo di riflessione sull’attuale discussione della Camera dei Deputati riguardo la legge sul testamento biologico. Articolo apparso sul Sole 24 Ore del 2 ottobre scorso. Il titolo, Quando si  muore non si muore soli, sottolinea sin da subito una certa intenzione di Rondoni di affrontare il problema del testamento biologico con un taglio che faccia leva sull’aspetto emotivo, umano e culturale, mettendo mano inevitabilmente a una tattica retorica dagli indiscussi esiti patetici. La morte solitaria, di un uomo irrimediabilmente isola per gli altri uomini, una sorta di misantropo suo malgrado, colpito da una sventura tipica dei nostri tempi: la solitudine; tutto questo evoca nel lettore immediatamente ricordi di morte e di dolore, emozioni che toccano le nostre intime esperienze col nulla che gira attorno a ogni vita umana.

Ciò che però val la pena di discutere è prima di ogni altra cosa una definizione di autodeterminazione buttata là nel testo da Rondoni, senza troppo preoccuparsi di possibili crepe o dubbi. Si tratta di una parola, un’idea, che viene bollata  come filosoficamente debole, algida e infine pure comica. Motivo di questa inappellabile sentenza è l’evidente natura relazionale e sociale degli esseri umani, i quali si illudono di potersi autodeterminare ma in realtà non riescono a scegliere nulla per proprio conto, tanto sono immersi nei legami sociali, nelle relazioni con altri esseri umani o aggregazioni di tali esseri. La pena per chi voglia realmente incaponirsi ad autodeterminarsi è una terribile solitudine. Uno stato d’essere tanto paradossale quanto doloroso per Rondoni, che con una pietà manifesta descrive quel pover’ uomo che in tale intento si cimenta come un essere costretto a descrivere nei minimi particolari - e qui entra in gioco il testamento biologico - persino la sua morte. Un disgraziato che non avendo amici, familiari  a cui affidarsi, sta solo davanti allo Stato e pretende quindi un testamento.

La cosa curiosa di questo argomento è che se nessuno di noi avesse la facoltà reale di scegliere solo perché siamo animali sociali, con amici, nemici, familiari, sconosciuti e via di seguito, sembrerebbe allora che nessuno di noi sarebbe responsabile delle proprie azioni, anzi non esisterebbero nostre azioni ma solo azioni del vasto sistema di relazioni che è la sfera sociale di ognuno di noi. Allora se dovessi innamorarmi di una donna, tradendo mia moglie, la colpa andrebbe equamente condivisa fra tutte le persone che conosco e gli alimenti a mia moglie li dovrei pagare io e tutti i miei amici e familiari - quindi anche mia moglie. Continuando con l’iperbole, che fra le parabole è la più esplicativa,  chi riconosce di non essere mai solo, di non poter mai realmente scegliere da sé, sarà sempre confortato dalla comunità sociale a cui appartiene, in essa troverà sostentamento, ragion d’essere, in essa soltanto egli esisterà senza contraddizioni. Se malauguratamente si avesse l’ardire di dire che, in realtà, per quanti amici si abbia, e familiari al seguito si riceva in dote dalla nascita, a decidere delle azioni si è alla fine da soli, allora dovremmo cercare purtroppo di redigere una legge che protegga la nostra malattia mortale: la voglia di stare soli di fronte alle scelte e l’ideologia dell’autoderminazione.

In altre parole, a me pare che l’uomo che ha tanti amici e una famiglia a cui affidarsi assomigli - iperbolicamente s’intende - a un affiliato di una cosca o corporazione. Chi invece si affida alla legge nei rapporti con gli altri e lo Stato mi pare molto simile - e qui l’iperbole si innalza ancor più -  a ciò che dovrebbe essere ogni cittadino di una Repubblica democratica. Infatti, a quanto ricordo, in uno Stato moderno il cittadino, al di là degli amici e della famiglia che ha, sta solo di fronte all’autorità, e ciò che sta in mezzo non sono le conoscenze del cittadino, le persone alle quali si affida e che ama, ciò che sta in mezzo è la legge, la Costituzione in primis.

Rondoni dice che Dio non c’entra - lo dice più volte come se avesse timore che qualcuno ne possa dubitare - il problema sta nel come ci vediamo: vivi e pieni di amici e persone che amiamo o soli di fronte allo Stato. Concedo che Dio possa non entrarci - anche se la sua squadra di amici è una di quelle più potenti a cui affidarsi - ma l’artificiosa opposizione di Rondoni è di una disonestà disgustosa. Non c’è alcun motivo per cui un uomo che si affidi alla legge per proteggere la dignità della sua persona umana debba essere descritto come un moribondo solo, disgraziato, senza amici o parenti; invece chi si affida alla benevolenza di altri che scelgono al suo posto muore in compagnia, amato e onorato.

Dalla famighjia non si esce, nemmeno quando la nostra vita è finita?

Lyndon

intersettiva.it