Forse i nostri figli non conosceranno Dante se non avranno la sorte di nascere in Toscana. O il Belli se non toccherà loro d’esser Romani. Oppure Cielo D’Alcamo se non saranno siciliani. Peggio ancora, chi sa, forse li studieranno in traduzione nel dialetto locale.
Immaginate un Caffettiere Fisolofo in bresciano o la Commedia di Padre Dante in napoletano? O Rosa fresca aulentissima in torinese?
Che orrendo futuro!
Intanto a Pordenone si licenzia un maestro campano perché in classe usa espressioni dialettali - pardon - usa espressioni di un “dialetto stretto del Sud”. I poveri bambini avrebbero così corso il rischio di essere esposti a un dialetto straniero ed essere così infettati per la vita. Prontamente si è risolto il problema in nome dell’Italiano. Poiché è sconveniete che un maestro parli dialetto piuttosto che la lingua patria - con l’ovvia eccezione per il marilenghe, in tal caso l’Italiano sarebbe potuto essere sacrificato in nome dell’autoctona tradizione.
Questo episodio denucia il razzismo e l’odio verso ciò che è merdionale o semplicemente diverso, straniero, ricordando come gli attriti fra ex Stati della Penisola riaffiorino con duplicata forza quando il potere centrale vacilla e l’aria della crisi spazza le campagne.
L’ostracismo del maestro campano dichiara poi l’avvicinamento inesorabile della nostra cara lingua madre all’encefalogramma piatto. L’Italiano è una lingua inventata da una ristretta cerchia di letterati e intelletuali che rubarono a man basse dai dialetti, veri e prorpi laboratori linguistici di varietà e creatività. Nell’Italiano, nel suo vocabolario, nei suoi metri e stili poetici si riuniscono le tradizioni locali nel modo forse più onesto e paritario che si sia mai visto qui da noi.
La giustificazione della scuola di Pordenone, che licenzia il maestro perché non parla italiano in classe, è un atto di violenza contro l’infiltrazione straniera, insegna ai propri alunni un Italiano blindato, che vale solo se è influenzato dal furlan, educandoli a sospettare e ad aver fastidio di ogni suono allofono, obbligandoli a vivere senza godere a pieno della ricchezza della nostra lingua come di quelle straniere e rinchiudendoli in una sorta di prigione linguistica.
Che orribile presente!
Lyndon
