Ott 26

silvio-berlusconi1.jpg

Il crepuscolo della divinità catodica che risponde al nome di Silvio Berlusconi sa d’immondizia. Quella stessa immondizia sopra la quale con sdegno e vanagloria si ergeva vincitore, ora, sommerge il Cavalier d’Arcore e lo riduce a scivolare in un umbratile silenzio. La vittoria di inizio legislatura gli si ritorce contro e, ancora più beffardo sembra essere il destino, si trasforma nell’ennesima lama in mano a Bruto, indirizzata al ventre molle del Cesare in disgrazia.

Se potesse farlo Bruto, con tutta quell’immondizia in eccedenza per le strade rimpinzerebbe la sua DeLorean e a turno porterebbe ciascuno di noi nel futuro. O forse mi verrebbe da dire: ci riporterebbe in dietro nel futuro.

Sì proprio così: indietro. A dispetto della freccia del tempo che progressiva avanza, la DeLorean di Bruto brucerebbe ecologicamente tutta l’immondizia del presente per tornare al futuro. Un tempo in cui almeno lui, Bruto, è stato parecchie volte e di cui noi, monnezzari, iniziamo a rimpiangere la scomparsa, presi come da nostalgia.

Nostalgia del futuro.

Si può avere nostalgia del futuro?

Certamente, se quel futuro già esiste nelle nostre menti, se quel futuro lo volessimo già qui presente con così tanto bisogno da renderlo quasi passato. Insomma se il futuro l’avessimo già vissuto nei ricordi e nell’immaginazione – mischiando gli uni nell’altra – allora ne avremmo nostalgia, saremmo affetti dalla voglia di tornare a casa e soffriremmo a star lontani.

gianfranco_fini_ansa_021.jpg

Bruto il nostro futuro vorrebbe costruircelo esattamente con questo sapore di nostalgia. Lo fa ricordando il passato e vestendolo di blu, in un completo presentabile, sbarbato o al massimo con quella barba ben curata di un paio di settimane al massimo.
E’ un futuro che ricorda il passato, solo un ricordo però, quel tanto per renderci nostalgici. Poi per il resto c’è tanto sapone, profumo di nuovo, di giovane, di slancio veloce verso l’avvenire.
Ma non dimentichiamoci che i ricordi sono molto forti e necessari per la nostra sanità. Quindi il futuro, Bruto lo deve fare con una bella dose di tradizione, che è una forma di passato che non scade, che rimane nelle memorie con un certo qual stile.

Ce la deve mettere la tradizione Bruto, perché lo splendido presente del fu Campione dell’Etere ci ha sottratto tutto quello che ricordavamo delle nostre tradizioni. Le ha erose, lentamente fino a farci guardare soltanto quanto splendesse lo schermo del nostro presente.

Vi sembrerò criptico, sibillino ma che volete? Questi sono tempi oscuri in cui si ha paura dei barbari, in cui il mondo si scioglie nel suo contrario: l’immondizia.
E allora a chi non vuole entrare in convento per sfuggire all’immondo destino tocca un linguaggio un po’ ostico da comprendere ma se fate uno sforzo mi seguite, lo so.

Dicevo dunque del futuro che Bruto in uno strano anello ha legato, in modo che ad andare avanti abbiamo tutti la piacevole sensazione di tornare indietro, nel futuro ovviamente.

Ma se volessimo andare avanti per davvero o, ancor meglio per i miei gusti, di lato, di sguincio a cercare una scorciatoia, una divertente strada alternativa, cosa dovremmo fare? Come potremmo evitare d’essere traghettati da Bruto – che qui potrebbe incarnare anche Caronte ma poi mi si direbbe che al solito vedo sempre tutto nero – dal magico prime time presente allo speranzoso nostalgico futuro?

Credo che sia stato lo stesso Bruto, quando per la prima volta ha alzato la mano contro il suo Cesare, ha insegnarci a non seguire la strada indicata, a dissentire dal futuro che qualcun altro vorrebbe per tutti noi. Quella prima pugnalata, salutata come lampo di libertà dai piccoli uomini, lì attorno meschini e famelici, non la dobbiamo dimenticare.

Ognuno di noi ha nascosta da qualche parte la sua lama, con cui squarciare il futuro prossimo e andare o tornare – se quel posto l’avesse già visto nei propri ricordi – dove non ci sono strade…

Back to the our future!

Lyndon

Set 29

 

sam-weber-memoryofwind.jpg

 

Imparare da ciò che è stato presuppone l’abilità di preparare una particolare, instabile e rara pozione, in cui si riesca a mescolare al punto giusto oblio e memoria, e poi esser capaci di far bere a tutti questo prezioso intruglio.
In realtà, credo che su larga scala non si impari dalla Storia ma si venga semplicemente affascinati a sufficienza da un particolare modo di raccontare la Storia. Chi riesce in questa impresa può trasmettere al futuro certe “lezioni” del passato. Altrimenti lasciarsi ispirare dal passato e riproporne una versione aggiornata.

Il futuro d’Europa assomiglia molto al suo passato. Ne è l’immagine riflessa – in un intervallo di tempo neanche così lungo – amplificata e magnificata come soltanto l’immaginazione in cerca di epica a buon mercato può fare.

I segni?

Gli Scandinavi che, svegliati di soprassalto dai loro sogni di socialdemocrazia reale, si rendono conto di poter essere xenofobi e avere gli stessi problemi con l’immigrazione degli altri Paesi europei.
La Francia, la Repubblica, che si scopre Nazione etnocentrica, espelle i Rom e vorrebbe togliere la nazionalità francese a quelli che Francesi lo sono per “acquisizione” e non per chi sa quale diritto di sangue. La terra della Rivoluzione che torna ad ammiccare ai valori dell’orribile nemico: l’ancien regime.
Il mondo anglosassone e ciò che rimane ancora dell’Impero americano hanno smesso di farci sognare, di regalarci il futuro, il progresso di scienze e tecniche. E’ come se avessero abiurato alla missione baconiana di conoscere e asservire la natura perché presi nell’incubo del terrorismo globale, bloccati dal sospetto, incattiviti a tal punto da vedere in ogni cosa che si avvicini troppo un pericolo mortale.
La Germania, che ha ripreso a isolarsi in sé, a rimboccarsi le maniche per far fronte alla crisi, a macinare a testa bassa senza guardare cosa le succede attorno. Scavando in se stessa cosa troverà? Quale rimedio scoprirà, quale soluzione vorrà poi imporre?

E noi, sgretolati in ogni dove. Ci votiamo al prete, al mafioso, al politico, all’amico, sfiduciati in noi stessi, incapaci di guardare in faccia la disperazione di uno Stato che si tiene in vita probabilmente perché al giorno d’oggi le invasioni non sono più come quelle che la Penisola ha sempre subito, sono più sottili, mercantili, commerciali, finanziarie. Ma certo è che se fossimo in un tempo diverso, per come siamo in fratricida guerra fra noi, nessuna grande Nazione d’Europa avrebbe fatto fatica a invadere e spazzare via la Repubblica italiana.
E forse, proprio perché questa vulnerabilità la sentiamo, ritornano a galla dal nostro recente passato storie di epici destini, di imperiali compiti, di nobili discendenze italiche, quasi a instupidirci con le immagini e le propaganda del ventennio per non vedere che l’unica arma che abbiamo per arginare mafia e corruzione, per tener fuori dalla porta i lupi, è la preghiera.

E poi la Spagna socialista che scricchiola sotto le urla dello sciopero generale. Il Belgio, simbolo della convivenza fra gli eredi delle due anime più importanti d’Europa: Latini e Germani, che non trova più motivi per restare unito e si lascia conquistare dagli odî etnici.

La ricchezza e la prosperità si assottigliano, gli Europei si sentono insicuri, avvertono di essere assediati da schiere oplitiche di diseredati che si aggirano famelici e che voglio le loro ricchezze. E quindi in un lampo dimenticano la tolleranza, il pensiero critico, la tutela della libertà dell’individuo, i valori delle rivoluzioni borghesi. Dimenticano e addormentano i lumi del proprio pensiero. E gli ultimi strascichi dell’Illuminismo si annacquano, obliati e cancellati dalla paura, dalla necessità di sopravvivere.

Si è discusso molto sulla crisi economica, sulle sue cause, su i possibili rimedî. Si sono schierate le truppe dei media contro la finanza e le sue maschere. La trasformazione dell’economia che si è spostata inesorabilmente verso un’ottica centrata sul valore finanziario delle imprese, abbandonando la produzione, lamentando un distacco dalla realtà a causa di sogni di facili guadagni fatti non più con i soldi “veri” ma con i segni dei soldi, i nomi delle imprese che in realtà erano ben altro. Ed è questa delusione dei sogni della finanza che ha contagiato l’intero sistema economico mondiale. Un tonfo enorme, come quando ci si sveglia da un sogno con la spiacevole sensazione di cadere.

Ma al di là delle considerazioni di tipo tecnico, che posso solo abbozzare, c’è qualcosa di più profondo nella crisi, qualcosa che giustifica in modo sostanziale la vertigine conservatrice che tutti avviluppa.

david-levinthal-choice.jpg

Il sogno infranto da cui ci siamo svegliati d’improvviso, come se cadessimo d’improvviso da quella che credevamo una comoda poltrona, è il mondo costruito dai campioni del capitalismo d’Occidente, pionieri del progresso scientifico, delle conquiste tecnologiche, dell’integrazione dei popoli, uniti dallo stesso modo di fare affari, dallo stesso mercato. Il mondo che la crisi ha smascherato è quello descritto dalla filmografia americana degli anni ’80. Un mondo fatto di competenze intellettuali sempre più raffinate al servizio di un mercato fondato su tecniche finanziarie sempre più astratte e sempre più assimilabili a complesse teorizzazione matematiche. I signori incontrastati di quel mondo vincevano le proprie guerre in punta di fioretto.
In un mondo del genere ci siamo illusi di poter diventare degli specialisti, qualsiasi fosse il nostro campo professionale. Ci siamo illusi di poter vivere il futuro roseo delle magnifiche sorti e progressive. Ci siamo illusi che il libero mercato potesse svilupparsi ipertroficamente facendoci tutti ricchi, intellettuali, tecnologicamente avanzati, illuminati, tolleranti delle diversità di lingua, religione e costumi ecc. ecc.

La realtà, dura, spietata, ci ha fatto ricredere e mettere in soffitta il progresso e la tolleranza, il gusto e l’amore per la cultura e per chi osa nel campo della mente. Ed ecco gli attacchi alla scienza, alle sue imprese giudicate troppo ardite come lo sono state quelle della finanza: illusori sogni da matematici. Lo spettro della povertà, lo specchio della nostra ricchezza infranto ci ho reso ostili e cattivi, insofferenti al cambiamento e allergici a tutto ciò che non è tradizione: porto sicuro quando il mare è in tempesta.

Ma il baratro in cui il sogno, finendo di colpo, ci precipita è molto più profondo di quanto pensiamo. Il buio di questo Tartaro inaspettato – fatto di cataclismi ecologici, che ci rendono arbitri incontrastati in negativo delle sorti naturali, foraggiando la nostra vanità in un meccanismo masochistico e contradditorio – ci tira giù nelle viscere di qualcosa che pensavamo sepolto.

Ciò che stiamo vivendo non è inscrivibile nell’alternanza fra forze progressiste e forze conservatrici. Cosa più che naturale nella vita di sistemi democratico-liberali. Ciò che vediamo nel nostro Parlamento, come nel resto del Continente, è il tramonto della democrazia. Le forze conservatrici che avviluppano l’Europa, l’Occidente e il Globo intero non appartengono alla tradizione liberale.

Oltre alla crisi delle sinistre, della socialdemocrazia europea e del socialismo, c’è qualcosa di più grave. Non si tratta soltanto dell’incapacità di una certa classe politica o di una certa area politica di interpretare il presente. La destra vince perché si sta smarcando dalla tradizione liberale. Perché di fronte all’immigrato, alla sua differenza e ai problemi che ciò comporta in un periodo di vacche magre, non si affida alla costituzione, alla legge del proprio Stato, ma ai valori, agli usi e costumi della propria gente. La trasformazione degli Stati in Nazioni, cioè il passaggio da un sistema che basa la coesione fra gli individui sulla legge a uno che si fonda sull’appartenenza etnica, è un sintomo letale.

In che modo si può pensare all’integrazione di masse di umani provenienti da realtà sociali differenti dalle nostre se al loro arrivo, oltre alle difficoltà di sopravvivenza, devono sobbarcarsi uno status d’alterità inamovibile? Uno straniero in uno Stato etnocentrico sarà sempre uno straniero.

In un’ottica del genere, che fine fanno i diritti universali? E, ancor più grave, che fine fa il diritto?

E non dobbiamo pensare che ciò colpisca esclusivamente il nero, mussulmano, povero e un po’ fetente che sbarca sulle nostre coste. O qualsiasi altro straniero. Senza diritto, ognuno di noi rischia di diventare straniero. Ognuno di noi rischia di diventare un sovversivo, un nemico del popolo.

In queste ore Berlusconi rivendica il proprio potere governativo perché scelto dagli elettori. L’investitura popolare che Berlusconi invoca per sé è quanto di più antidemocratico si possa dire in un Parlamento (il mercato di deputati è quanto di più disonorevole e meschino si possa fare in un Prlamento). E ciò perché il popolo di Berlusconi è un popolo che non esiste, un magma indistinto, un effetto scenico per il suo show. Il popolo di Berlusconi è una massa anestetizzata che non può far altro che votare per lui. Un popolo che non sa scegliere e che non può scegliere, che non ha alternative né futuro.

Dov’è la democrazia?

La democrazia non c’è. Non c’è fra i palazzi della politica come negli uffici, nelle scuole, per strada. Non c’è democrazia perché non c’è legge né diritto. Non c’è democrazia perché gli individui non sono più tali ma amici di, parenti di – nel nostro caso. In realtà diverse, prima di essere individui sono Francesi di denominazione controllata. Oppure sono veri Svedesi. In altri casi sono bianchi e protestanti. In altri ancora ferventi cattolici.

Mentre Sarkozy, francese per approssimazione secondo i nuovi canoni di nazionalità da lui stesso promossi, espelleva questa estate gli indesiderati Rom, io me ne stavo a Parigi, nel Pantheon che celebra i Grandi di Francia. Me ne stavo lì a contemplare l’omaggio alla scienza del pendolo di Foucault, e a riflettere sulla scritta che fa da didascalia al monumento a Diderot:
“L’enciclopedia prepara all’idea di Rivoluzione”

Come le parole e il loro significati, il sapere che esse contengono, in ordine alfabetico non hanno un trattamento di favore, cioè sono tutte uguali di fronte alla legge della processione alfabetica, così gli individui dello Stato, la dignità che essi hanno, sono tutti uguali di fronte alla legge.

Noi ora diamo credito a chi non crede più nell’ordine alfabetico e dipinge il nostro futuro secondo ordini di valore, in cui alcuni vengono trattati in un modo altri in un altro in relazione alla propria affiliazione o, peggio ancora, al proprio sangue.

La crisi ci ha reso prima diffidenti nel futuro, perché scottati dallo svanire di quello che speravamo dovesse toccarci in sorte per meriti di progresso. Poi ci ha gettato nel sospetto e nella paura dell’alterità. Ora torniamo a parlare di futuro ma davanti a noi abbiamo solo uno specchio, che la nuova Destra che tutti ci avviluppa ha posizionato al punto giusto per farci vedere che ciò che ci aspetta è ciò che in un tempo dimenticato abbiamo combattuto.

Lyndon

Set 07

25_05_19581.jpg 

Scandire il tempo e soprattutto quella particolare forma del tempo che è la Storia di una Nazione è cosa assai difficile. Per questo motivo si ricorre spesso a formule tradizionali, autorevoli e comode quel tanto da ottenere un effetto erudito a buon mercato.

La svolta di Mirabello, il manifesto di Fini, la caduta del Berlusconismo, sono interpretati come la fine della breve ma intensa II Repubblica e i primi vaggiti della III dalla deputata del Pdl Chiara Moroni, che dalle pagine del Magazine on-line di FareFuturo ci dice anche che la Destra di Fini darà un contributo importante a questo passaggio epocale che stiamo vivendo.

Con maggiore enfasi e con uno stile più ricamato, anche Massimo Giannini parla della svolta di Mirabello come dell’entrata della Destra italiana nel solco della tradizione conservatrice europea. Cioè: anche noi finalmente abbiamo una destra civile ed europea.

Insomma tutti contenti: Fini è la speranza per la Destra di essere se stessa senza più il cerone forzato di berlusconiano stile, la/e sinistra/e si preparano a vincere le elezioni perché qualcun altro molto probabilmente le perderà - almeno secondo le loro fonti.

Supponiamo per un attimo che davanti a noi si innalzi per davvero il fulgido inizio di una nuova stagione politica, del ritorno delle idee politiche e della militanza sul territorio - cosa che tanto per inciso non ha però mai smesso di fare la Lega. Supponiamo, dunque, che la Repubblica Italiana apra un terzo capitolo. I protagonisti di questa entusiasmante nuova brezza, sono all’altezza del compito che la Storia dovrebbe dar loro?

Prima di rispondere, sarebbe il caso di intenderci su quale sia questo compito e per farlo lascio le tanto amate idee e faccio un esempio, a costo di sembrare ingenuo.

Nella III versione del Bel Paese Repubblicano, i nove colpi esplosi nel Cilento contro il cuore, la gola e la testa del Sindaco di Pollica-Acciaroli, Angelo Vassallo, dovrebbero avere un suono di inaudita novità, di inaccettabile sorpresa e dovrebbero avere immediatamente una risposta concreta e inesorabile. Nel nuovo capitolo della nostra Storia dovremmo scrivere qualcosa che nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di scrivere, qualcosa che renderebbe moderni ed europei tutti noi, non soltanto la Destra di Fini. Dovremmo scrivere che solo la legge e la costituzione determinano la libertà individuale di ognuno di noi, la nostra felicità. Dovremmo scrivere che ogni cittadino è rispettato nella sua dignità civile e politica in sé e non nella misura delle proprie affiliazioni. Dovremmo estirpare il nostro modo di vivere arrangiato, come se la cosa pubblica non fosse altro che un tereno da razziare e conquistare e dove bisogna sempre ingraziarsi il potente di turno per ottenere qualcosa. Dovremmo pretendere di vivere con la dignità di uomini liberi e non dire grazie a chi ci dà lavoro come fosse una concessione, a chi ci dà protezione da se stesso minaccaindo di violenza e sopruso, a di hi ci fa il favore di lasciarci in pace. Dovremmo vivere dando corpo alle nostre idee, rischiando, gettandoci nella mischia in un confronto leale. Dovremmo crescere e lasciare che il peso delle nostre azioni non venga più portato dalla Famiglia, dallo Stato, dalla Chiesa, dal Partito, dal Capo o da qualsiasi altra cosa che non faccia altro che rubarci la libertà cullandoci in un sonnifero stato di perenne adolescenza.

Un nuovo capitolo così dovrebbe iniziare.

david-levinthal-cowboy.jpg

Ora, tornando alla domanda principale, la Destra è pronta per traghettarci verso la III Repubblica?

No.

No, perché dalla I Repubblica non siamo mai usciti e ce lo dice quel sentimento di abituale frustrazione - quando ancora si ha la facoltà di sentirle certe cose -  di fronte alla morte del Sindaco Vassallo (probabilmente ucciso da quei Signori del luogo, infastiditi dal fatto che al nome del Sindaco non è seguito un comportamento altrettanto sottomesso) . No, perché la Destra di Fini, come il resto dell’opposizione, ci appare oggi europea grazie soltanto all’imbarazzante paragone con quella di Berlusconi. E’ facile presentarsi come abili politici quando il confronto è con qualcosa che di politico non ha nulla.  Paragonati all’aziendalismo superficiale e raffazzonato di Berlusconi i fluenti discorsi di Fini ci sembrano incarnare una competenza politica che credevamo sopita sotto le subrette e i sorrisi abbaglianti. In realtà, le dichiarazioni del Presidente della Camera rivendicano un ritorno a una vita istituzionale classicamente determinata nei suoi equilibri più tradizionali, un ritorno a quella pratica e teoria della politica in cui lo stesso Fini è nato e cresciuto. Non dimentichiamoci la contraddizione rappresentata dal passato del leader di una formazione che ha la parola “futuro” nel proprio nome. E non parlo solo delle radici fasciste - che per quanto rinnegate a parole appartengono comunque al popolo di destra di questo Paese forse anche a chi quelle radici non è riuscito a estirpare completamente -  parlo del fatto che lasciamo a un uomo classe ‘52 il compito di disegnare il nostro futuro, di darci una visione di quello che potremmo essere da qui a dieci o vent’anni.

Insomma, siamo realmente sicuri di voler festeggiare la morte di Re Berlusconi inneggiando all’Homo novus Gianfranco Fini? Siamo realmente sicuri che mandato a casa Berlusconi sia la III Repubblica ad aspettarci?

Io ci andrei molto cauto con l’altisonante lessico da Grande Storia della Nazione perché deposto il vecchio Re ne verrà un altro. Ciò che rimane sono i Signorotti del luogo che ci vedono e ci vogliono tutti vassalli delle loro sconfinate terre di conquista.

Lyndon

Lug 16

 tuffo-nel-mare-nero.jpg

Se, come Rodotà fa notare , la legge bavaglio inizia a delinearsi come uno strumento che va ben oltre le leggi ad personam, dipingendo uno scenario che ci coinvolge tutti ma che dobbiamo raccontare - Se come nella foto qui sopra il mare nero è ciò che ci aspetta alla fine del tuffo, ammiccando già nel riflesso la nostra immagine incosciente - Se la nostra attitudine alla libertà è ormai sempre più inconsistente, schiacciata dalla supina accettazione degli eventi: quasi fossero la condanna che vogliamo, che aneliamo inconsapevolmente perché inconsapevolmente stiamo seguendo la decadenza - Se non abbiamo più memoria del passato, alcuna voglia di guardare il futuro e vogliamo intensamente vivere il presente, chi per ricavarne il maggiore godimento possibile, il maggiore guadagno, la maggiore soddisfazione delle proprie voglie e bisogni; chi per riscrivere il passato raccontando storie di un’Italia che non c’è stata per giustificare la paura di cadere più in basso di quanto non siamo già; chi per tornare a odiare, recuperando il nero del secolo scorso che tanta parte ha avuto nella nostra storia e che mai ha avuto la condanna che meritava dal sogno repubblicano - Se andando oltre i nostri labili confini non riusciamo più a vedere una via di fuga, un Eldorado che sia credibile anche solo per la nostra immaginazione - Se l’impressione che ci pervade è quella che dal tuffo non risaliremo in superficie e il mare nero ci inghiottirà…

Allora cliccate la foto qui sopra e guardatela nella sua interezza. Vi accorgerete, in basso a destra, di due teste, una gurada verso l’obiettivo,  entrambe hanno degli occhiali da sole, sembrano starsi a godere l’acqua e quella che è di spalle all’occhio della macchina forse ammira il tuffo. Soprattutto non affondano.

Lyndon

intersettiva.it