Dic 03

Martine Audry, segretario del PS francese, riflette sulla necessità di riconoscere il profondo legame che unisce l’emergenza ecologica del riscaldamento globale e l’esigenza di costituire un modello alternativo di sviluppo economico e di produzione e gestione dell’energia ispirato a una solidarietà socialista globale.

Le proposte elencate da Madame Audry fanno perno sulla “puissance publique”, destinata a orientare il cambiamento socio-politico a livello mondiale.
Sono parole condivisibili, ragionevoli e con una certa forza persuasiva. Mi viene però da pensare sulla reale efficacia della “puissance publique”.
Se infatti lo sforzo ecologico è – e non può essere altrimenti – misurato in termini globali, tanto che è necessario un’unità d’intenti che coinvolga ricchi e poveri del pianeta, dovremmo intendere la “puissance publique” come una forza che appartiene a tutti i terrestri. Quindi dovremmo pensare di poter riconoscere e condividere uno spazio pubblico in cui gli individui riconosco la propria forza, di cambiamento o conservazione. Non parlo delle Istituzioni, a diversi livelli di influenza, che raggruppano gli Stati del pianeta. Sto parlando di uno spazio che gli abitanti del pianeta riconoscano come dominio di tutti i terrestri. Uno spazio in cui riconoscere esigenze, urgenze, problemi che riguardano tutti i terrestri.

Esiste uno spazio del genere?
Ho dei seri dubbi al riguardo, anzi credo proprio che la risposta sia:
No, spiacente ma non ve n’è traccia.

Si paragona l’atteggiamento miope e idiota dell’economia mondiale a quello di un uomo che per far soldi distrugge la casa dove vive. Ma questa casa che è la Terra, al di là della sua dimensione naturale, ne possiede una sociale, una pubblica? Non credo. Al contrario gli sforzi finora fatti a livello internazionale sono mirati a polverizzare qualsiasi accenno di socialità globale. La forza dirompente della globalizzazione è proprio la distruzione degli spazi pubblici e della condivisione solidale fra gli uomini che in essi si può generare. Il punto migliore messo a segno da chi fa affari oltre confine è stato quello di abolire i confini stessi. Si è detto che in questo modo si è più vicini, si è più liberi. Purtroppo ciò non è così perché la vicinanza e la libertà si misurano sempre in una dimensione relazionale e se al contrario si vive – come di fatto è sempre più chiaro che si viva – in una realtà socialmente esplosa, senza più confini, intesi positivamente come vincoli che producono informazione e differenze e non come mere frontiere doganali, non c’è più alcuno spazio in cui essere liberi e vicini. La globalizzazione intesa come semplice abbattimento dei confini nazionali per favorire gli affari non è nient’altro che l’anticamera di quello Stato di Natura che i teorici dello Stato Assoluto aborrivano tanto. Si vive in una realtà in cui i cittadini sono isole e potenzialmente ogni uomo è lupo per l’altro uomo se non fosse per la forte dose di anestetico che si accompagna alla distruzione della socialità.

Se si pensa alla nascita delle nazioni moderne non si può non riconoscere il ruolo fondamentale delle élite borghesi, provenienti dal mondo mercantile, nel costruire l’identità della nazione – fino ad arrivare agli estremi del secolo scorso. Il lavoro sociale e politico di queste élite è stato quello di creare uno spazio pubblico in cui individui separati da barriere politiche, linguistiche, sociali ed economiche si riconoscessero come uguali, come appartenenti a un’unica entità. Ciò è stato possibile perché a questi individui separati e divisi si è raccontato una storia d’unità e coesione. Una storia che ha creato ovviamente altre differenze e separazioni ma che è comunque riuscita a cementare l’unione e quindi la socialità di milioni d’individui. Milioni di persone che sono morte per mantenere in vita la storia in cui credevano, la storia che essi stessi erano diventati.

L’élite d’allora aveva tutto l’interesse a creare quello spazio pubblico che ha preso il nome di Stato moderno, superando così le divisioni feudali, i balzelli e le dogane infinite. Allo stesso modo si potrebbe dire che oggi i confini statali valgano quelli feudali e che l’élite contemporanea abbia l’interesse per raccontare un’altra storia: quella di uno stato planetario. E quindi si potrebbe argomentare che la stessa élite della globalizzazione finirà per creare una sua “naturale” controparte sociale a livello mondiale. In realtà temo si sia scelta una variante al tema. I confini sono sempre l’obiettivo da abbattere certamente, le comunità nazionali ora pesano anche di più di quelle feudali di un tempo, ma non conviene più sforzarsi per creare uno stato planetario, non ne vale la pena. E’ molto più fruttuoso, utile ed efficace sfruttare ancora quanto di buono hanno le casse degli Stati e per il resto trattare il mondo come un enorme mercato senza regole e pieno d’individui a cui vendere qualsiasi cosa a ogni costo.

In questa prospettiva la “puissance publique” di Madame Audry mi sembra un presupposto irrealizzato e forse irrealizzabile. Fin quando a livello globale non saremo niente altro che consumatori di merce piuttosto che cittadini mondiali, fin quando non avremo diritti e doveri mondiali, non sentiremo realmente la responsabilità delle nostre azioni nei confronti del pianeta, guarderemo solo al nostro angolo mal concio mentre la casa intera va in pezzi sotto i nostri stessi colpi, senza poterci far nulla.

Lyndon

Nov 30

Stéphanie Le Bars fa una buona domanda:

L’islam est-il compatible avec les sociétés européennes ? Peut-il devenir un élément des identités nationales qui ont forgé le continent ?

Gli Svizzeri dicono di no, da noi vorrebbero dir di no e rialnciano in modi grottescamente inquietanti. Nel mentre la Chiesa Cattolica si lamenta di una tale xenofoba risposta, volendo rimaner sempre in amicizia cordiale con la minoranza islamica - assaporando “minoranza” con voluttà - e rimanendo sempre della convinzione che:

Bisogna anche saper tirare fuori le unghie, ma senza far troppo del male.

Tornando alla domanda della Le Bars, credo che bisognerebbe riformularla prendendo in considerazione il fatto che l’islam ha - sia per opposizione sia per contaminazione reciproca -  contribuito e contribuisce di fatto all’identità nazionale delle società europee.

Partire da questo riconoscimento di un’intersettività culturale - passatemela questa - che lega profondamente l’Europa all’Islam - inteso sia come religione sia e sopratutto come realtà culturale - è probabilmente l’inizio migliore quando si tratta di domandarsi come si costituisce o si forma un’identità nazionale. Insomma raccontare la storia sin dall’inizio e con tutti gli elementi al loro posto potrebbe farci sembrare un minareto in svizzera una cosa non così aliena quanto invece passa credendo a certe lingue d’oggi.

Ma oltre a ciò la Le Bars mette in evidenza un altro problema fondamentale nel rapporto con la seconda religione d’Europa. Il fatto cioè che quest’ultima si scontri non tanto con quella cristiana quanto con la frammentata realtà secolare e laica del nostro continente. Qui è il nocciolo della questione, non tanto nei rapporti più o meno istituzionali fra le due religioni monoteiste, se fosse così probabilmente non starei scrivendo ora. Lo scontro si anima invece fra una religione islamica, proveniete da un ambiente sociale e politico lontano dalla secolarizzazione, e una realtà come quella europea che invece non ha un’omogeneità condivisa nell’interpretare la secolarizzazione. Nel nostro continente vi sono zone in cui gli islamici hanno la possibiltà d’integrarsi grazie alla costituita presenza di uno spazio neutro, laico. In altri contesti invece tale spazio è più debole e si preferisce il muro contro muro della ghettizzazione, rispolverando un attaccamento di maniera e pieno di zelo ai volori cristiani che maschera delle più profonde differenze economiche e sociali tipiche del contrasto fra il più o meno ricco autoctono e il più o meno povero migrante - oggi si chiamono così gli stranieri.

Nella storia che vogliamo raccontare a noi stessi, in quanto cittadini d’Europa, e a tutti coloro che stanno all’uscio, bisogna decidere da quali radici incominciare e soprattutto quali fantasmi e incubi del passato cancellare. Altrimenti nel finale si vedrà qualcosa di molto più doloroso delle unghie.

Lyndon

Nov 12

La realtà politica e sociale della Repubblica Francese è per molti aspetti assai familiare: un PS in crisi, la destra di Sarkozy al potere, um mercato del lavoro completamente rimestato dalla globalizzazione e dalla conseguenziale crisi dei sindacati. Anche la stampa sembrerebbe di famiglia a un occhio italiano. Si vada su Le Monde on-line e si avrà questa sensazione di già visto da qualche parte anche se non esattamente come a casa.

Ecco in quel “non esattamente come a casa” c’è una differenza d’abisso fra noi e loro.

Leggetevi con attenzione gli interventi raccolti su Le Monde che riguardano alcune interessanti opinioni sul dibattito sorto fra i Francesi sui compiti del Mnistero per l’immigrazione e l’identità nazionale - sì avete capito perfettamente.

Ora, anche lì le cose non vanno esattamente come dovrebbero o potrebbero se ci fosse maggiore intelligenza in giro. Il ministero su detto lo dice a gran voce per chiunque abbia un minimo di sensibilità per parole come dignità umana - così per fare un esempio generale.

Il fatto è che  se alla xenofobia imperante qui da noi avessero voluto dare un ministero - e chissà che non ce lo ritroveremo prima o poi, a quel punto sarei curioso di sapere quanta italianità bisognerebbe dimostrare per fare domanda d’assunzione - su qualche autorevole giornale nostrano on-line - ripeto on-line: fattore che vi prego di ponderare con attenzione - ci sarebbero interventi simili a quelli che avete spero già letto?

 Io credo di no.

 Lyndon

intersettiva.it