Davide Rondoni è autore di un articolo di riflessione sull’attuale discussione della Camera dei Deputati riguardo la legge sul testamento biologico. Articolo apparso sul Sole 24 Ore del 2 ottobre scorso. Il titolo, Quando si muore non si muore soli, sottolinea sin da subito una certa intenzione di Rondoni di affrontare il problema del testamento biologico con un taglio che faccia leva sull’aspetto emotivo, umano e culturale, mettendo mano inevitabilmente a una tattica retorica dagli indiscussi esiti patetici. La morte solitaria, di un uomo irrimediabilmente isola per gli altri uomini, una sorta di misantropo suo malgrado, colpito da una sventura tipica dei nostri tempi: la solitudine; tutto questo evoca nel lettore immediatamente ricordi di morte e di dolore, emozioni che toccano le nostre intime esperienze col nulla che gira attorno a ogni vita umana.
Ciò che però val la pena di discutere è prima di ogni altra cosa una definizione di autodeterminazione buttata là nel testo da Rondoni, senza troppo preoccuparsi di possibili crepe o dubbi. Si tratta di una parola, un’idea, che viene bollata come filosoficamente debole, algida e infine pure comica. Motivo di questa inappellabile sentenza è l’evidente natura relazionale e sociale degli esseri umani, i quali si illudono di potersi autodeterminare ma in realtà non riescono a scegliere nulla per proprio conto, tanto sono immersi nei legami sociali, nelle relazioni con altri esseri umani o aggregazioni di tali esseri. La pena per chi voglia realmente incaponirsi ad autodeterminarsi è una terribile solitudine. Uno stato d’essere tanto paradossale quanto doloroso per Rondoni, che con una pietà manifesta descrive quel pover’ uomo che in tale intento si cimenta come un essere costretto a descrivere nei minimi particolari - e qui entra in gioco il testamento biologico - persino la sua morte. Un disgraziato che non avendo amici, familiari a cui affidarsi, sta solo davanti allo Stato e pretende quindi un testamento.
La cosa curiosa di questo argomento è che se nessuno di noi avesse la facoltà reale di scegliere solo perché siamo animali sociali, con amici, nemici, familiari, sconosciuti e via di seguito, sembrerebbe allora che nessuno di noi sarebbe responsabile delle proprie azioni, anzi non esisterebbero nostre azioni ma solo azioni del vasto sistema di relazioni che è la sfera sociale di ognuno di noi. Allora se dovessi innamorarmi di una donna, tradendo mia moglie, la colpa andrebbe equamente condivisa fra tutte le persone che conosco e gli alimenti a mia moglie li dovrei pagare io e tutti i miei amici e familiari - quindi anche mia moglie. Continuando con l’iperbole, che fra le parabole è la più esplicativa, chi riconosce di non essere mai solo, di non poter mai realmente scegliere da sé, sarà sempre confortato dalla comunità sociale a cui appartiene, in essa troverà sostentamento, ragion d’essere, in essa soltanto egli esisterà senza contraddizioni. Se malauguratamente si avesse l’ardire di dire che, in realtà, per quanti amici si abbia, e familiari al seguito si riceva in dote dalla nascita, a decidere delle azioni si è alla fine da soli, allora dovremmo cercare purtroppo di redigere una legge che protegga la nostra malattia mortale: la voglia di stare soli di fronte alle scelte e l’ideologia dell’autoderminazione.
In altre parole, a me pare che l’uomo che ha tanti amici e una famiglia a cui affidarsi assomigli - iperbolicamente s’intende - a un affiliato di una cosca o corporazione. Chi invece si affida alla legge nei rapporti con gli altri e lo Stato mi pare molto simile - e qui l’iperbole si innalza ancor più - a ciò che dovrebbe essere ogni cittadino di una Repubblica democratica. Infatti, a quanto ricordo, in uno Stato moderno il cittadino, al di là degli amici e della famiglia che ha, sta solo di fronte all’autorità, e ciò che sta in mezzo non sono le conoscenze del cittadino, le persone alle quali si affida e che ama, ciò che sta in mezzo è la legge, la Costituzione in primis.
Rondoni dice che Dio non c’entra - lo dice più volte come se avesse timore che qualcuno ne possa dubitare - il problema sta nel come ci vediamo: vivi e pieni di amici e persone che amiamo o soli di fronte allo Stato. Concedo che Dio possa non entrarci - anche se la sua squadra di amici è una di quelle più potenti a cui affidarsi - ma l’artificiosa opposizione di Rondoni è di una disonestà disgustosa. Non c’è alcun motivo per cui un uomo che si affidi alla legge per proteggere la dignità della sua persona umana debba essere descritto come un moribondo solo, disgraziato, senza amici o parenti; invece chi si affida alla benevolenza di altri che scelgono al suo posto muore in compagnia, amato e onorato.
Dalla famighjia non si esce, nemmeno quando la nostra vita è finita?
Lyndon