La convivenza con l’islam, nelle sue differenti declinazioni etniche, è e sarà per l’Italia una sfida civile e sociale molto rischiosa. Il motivo d’attrito principale è la presenza su uno stesso territorio di due religioni monoteiste, votate al proselitismo e inesorabilmente chiuse a qualsiasi mediazione per ciò che riguarda il cuore sostanziale delle rispettive dottrine. In altre parole un cattolico e un musulmano hanno il medesimo approccio universale al proprio credo, la medesima tensione all’espansione del numero dei fedeli, una gerarchia piramidale e indiscutibile e soprattutto una struttura sociale radicata in modo profondo in quello che potremmo chiamare un’istantanea di medioevo sopravvissuta fino al terzo millennio.
Queste considerazioni ovviamente riguardano l’aspetto di massa delle due religioni e non possono essere valide per le diverse espressioni che di tali religioni producono o hanno prodotto le rispettive elite culturali. In casi del genere gli aspetti più pericolosi delle religioni monoteiste si dissolvono per la semplice diminuzione degli individui e per il loro alto tenore di vita. Intrecciando ricchezza e numero limitato di fedeli una religione, per quanto rigida, non avrà mai lo stesso impatto sociale di quando invece può contare sull’appoggio delle masse appartenenti agli strati medio-bassi di qualsiasi società.
Purtroppo sia per il cattolicesimo che per l’islamismo in Italia il peso delle elite è davvero irrisorio rispetto al potere culturale e politico delle masse religiose e dei loro pastori.
L’immigrato d’origine etnica varia ma di religione musulmana in Italia – con diversità ovviamente fra Nord e Sud – assume una posizione di subalternità sociale ed economica. In condizioni del genere l’elemento irrazionale e superstizioso che da secoli dànno prova di produrre le religioni monoteiste di massa trova un terreno molto fertile. D’altro canto le condizioni economiche e sociali della maggioranza italiana di religione cattolica si avvicinano alla povertà e al ristagno o decadimento culturale. Atro ambiente in cui l’oscurantismo delle gerarchie ecclesiastiche riesce a raggiungere risultati molto preoccupanti. Se a tutto ciò si aggiunge l’evidente e forse inarrestabile caduta libera dell’autorità della politica italiana a vantaggio di quello Stato nello Stato che è la Chiesa Cattolica, si potrà convenire nell’ammettere una situazione sociale di profonda pericolosità.
Infatti, in assenza d’Istituzioni Repubblicane capaci di costituire un terreno comune e condivisibile, in cui i cittadini italiani, al di là del credo, al di là della provenienza etnica, al di là dell’appartenenza a una fascia sociale, possano riconoscersi come pari, la faida fratricida fra i diversi gruppi etnico-religiosi rischia di giungere a livelli di balcanizzazione del territorio nel giro di poche generazioni. Se i musulmani di oggi, costretti a una vita ghettizzata e a non poter condividere nulla con i cittadini italiani, a partire dalla legge e dal rispetto per essa, continueranno a crescere nelle generazioni future, lo faranno affidandosi alla propria comunità, con il rischio inevitabile che gli interessi di questa minoranza vengano a scontrarsi ben presto con quelli della maggioranza cattolica.
Le polemiche sul burqa, indossato ancora da una minoranza nel panorama islamico italiano, dimostrano il potenziale pericolo di uno scontro fra cattolici e musulmani. Quando viene asserito che il burqa è fuorilegge perché non permette l’identificazione, alla stregua di un casco integrale o di un passamontagna, si maschera il proprio disprezzo verso un’espressione estremista dell’islam e, ancora più profondamente, non si vuole ammettere il terrore che si prova quando accanto a noi al supermercato o per strada ci troviamo di fronte a una persona che non è una persona. Cioè a un essere umano che rinuncia alla sua maschera sociale per annullarsi e circolare liberamente come se fosse la negazione dell’individualità e della personalità – si ricordi l’origine di ‘persona’ nell’etrusco phersu: maschera.
Se dunque decidessimo di combattere il burqa come fosse un passamontagna, rischieremmo di fare molto baccano, inimicarci una minoranza potenzialmente in crescita che non ci si può illudere di ignorare e, soprattutto, non risolveremmo il problema. Innanzitutto bisognerebbe avere il coraggio di affermare che il burqa è una maledizione, un esilio dal consorzio umano inflitto a un individuo che per la Costituzione dello Stato italiano e la Dichiarazione universale dei diritti umani deve essere sempre rispettato nella sua dignità umana. Ma affermare ciò presuppone un’appartenenza alla Repubblica che nessuno fra gli italiani può vantare. Così i nostri strali contro il burqa sono necessariamente sentiti come un attacco da parte di un’altra comunità contro quella musulmana, la comunità cattolica. Quando lo Stato è debole e si riconosce in una parte – se pure la più numerosa – della società civile, ogni suo atto legislativo sarà visto da chi non appartiene alla comunità di riferimento non già come una legge ma come un sopruso. E questo vale sia per le minoranze religiose sia per chi di religione non ne ha. Pensiamo alle leggi sulla procreazione assistita, ai bastoni fra le ruote per la somministrazione della pillola RU-486 e alle continue e arroganti invasioni di campo del clero cattolico. In tutti questi casi lo Stato si è reso paladino della maggioranza cattolica, o meglio dei pastori della maggioranza cattolica, contro tutti coloro che o di cattolico non hanno nulla o, quand’anche l’avessero, non si riconoscono nella versione ufficiale.
Il problema è che i cosiddetti laicisti possono al massimo organizzarsi per manifestare, inneggiando a libertà che si farà finta di non vedere, sacrificate sull’altare della convenienza politica o, al peggio, su quello della fede. Ma quando ad alzare la testa saranno i figli degli immigrati musulmani di oggi, stanchi di essere trattati come reietti, forti di un numero crescente e, se le cose non dovessero andare poi così male per la nostra economia, capaci di raggiungere posizioni produttive di rilievo, come si affronteranno le loro esigenze? Se vorranno lo stesso spazio del clero cattolico per il loro di clero, se vorranno gli stesi privilegi dei cattolici, perché anche loro finiranno per muovere masse di voti considerevoli, come farà la nostra piccola Italia a non cadere vittima di se stessa?
Lyndon
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