Feb 23

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Il sangue dei reietti, di quegli sporchi e indesiderati umani dell’altra sponda, il fumo delle loro case e dei loro corpi bruciati sembra che ci abbiano interrotto, distraendoci dai nostri affari: chi in cerca della goccia di peccato della carne sufficiente a vincere, chi in cerca di sofismi al botulino per rimanere al proprio posto.
Le urla dei rivoltosi ci hanno infastidito perché la loro rivoluzione, la loro rabbia contro il raìs, contro il capo, fa impallidire i barocchi tentativi di liberarci del nostro fantoccio al potere. Ci hanno seccato questi beduini ingrati perché si pensava che un baciamano potesse assicurarci dei cospicui guadagni a buon mercato.

I Libici sono il nostro doppelgänger, il nostro doppio oscuro, l’altra metà di noi oltre lo specchio. E adesso che il loro odio e la loro sete di libertà sono esplosi improvvisamente non possiamo che guardarli in faccia, caduta la maschera dell’arabo cattivo e terrorista, fanatico e integralista o quella dell’arabo buono, collaboratore, antisemita solo nel privato, ottimo partner commerciale e baluardo, garantito da una dose necessaria di brutalità, delle masse povere che sopravvivono oltre lo specchio.

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Ora li dobbiamo guardare: hanno anche loro il web, gli smartphone, i portatili; anche loro hanno gli stessi nostri desideri, le nostre stesse paure. Ora dobbiamo riconoscere che l’unica cosa che ci divide è la ricchezza. Non la democrazia opposta alla legge islamica, non la civiltà della comunicazione opposta all’immobilismo della tradizione coranica. Solo la ricchezza ci divide e di conseguenza la fame di libertà.

Noi, della ricca Europa, ne siamo sazi di libertà, satolli al punto da non accorgerci che sempre più di frequente si apre una falla incrementando le perdite. Loro, seduti sulle nostre ricchezze come guardie cenciose, hanno un gran buco allo stomaco, una fame tale da sfidare le armi e le bombe.

La paralisi dell’Unione Europea di fronte alle rivolte del mondo arabo denuncia come l’ormai ovvio vassallaggio del potere politico – cioè, tanto per ricordare, il potere degli eletti dal popolo – nei confronti dell’interesse economico abbia intessuto relazioni profonde con dittature o monarchie assolute disumane e brutali. Ma oltre a tale vergognosa meschinità, questa paralisi diffusa fra gli Europei denuncia una verità più scomoda e terribile da riconoscere: la democrazia non è un bene per tutti. Soltanto alcuni popoli possono permettersela, gli altri devono sacrificarsi in una condizione ancillare perenne; perché la democrazia alla fine non è nient’altro che un tipo particolare di mercato, i cui confini devono rimanere circoscritti per funzionare. Insomma, alla festa non possono essere invitati tutti gli umani, la democrazia è un bene di lusso.

Tale verità viene poi mascherata e indorata da una melliflua ipocrisia che mescola l’autodeterminismo dei popoli con un superficiale relativismo politico, in cui tutte le vacche sono nere e a scegliere le migliori è soltanto questione d’olfatto: quelle ricche si lavano, quelle povere rimangono nel fango. E allora ecco confezionato il paradosso della ricca e democratica Europa che compra energia e fa affari con le dittature del Nord Africa senza farsi alcuno scrupolo; come continua a non farsi scrupoli mentre assiste attonita e sorpresa alla morte di quei popoli che chiedono libertà: “ma come, non vi piaceva essere guidati dal vostro raìs?” Sembra chiedere sbigottita.

La libertà per cui migliaia di Europei hanno dato la vita – come ora i Libici – è ridotta a bene di consumo, prezzata e venduta al miglior offerente. Questo ci dice il sangue dei nostri doppi oscuri, ci dice del nostro tradimento, prima che della nostra vile ipocrisia, alla quale forse siamo ormai abituati.

Gheddafi dichiara di essere leader a vita, morirà per la sua Libia. Chi sa con chi contrarremo matrimonio una volta che la morte ci avrà separato dal raìs, chi sa con chi firmeremo l’ennesimo contratto. Certo è che la morte non porterà via soltanto il beduino folle dittatore, lei ci ha già toccato inesorabilmente l’anima.

Lyndon

Lug 09

Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile…

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Holland Park Library 

Lyndon

Gen 25

Il Guardian lo definisce un sensibile cambiamento di rotta dell’amministrazione Obama riguardo ai rapporti con la Cina.  E oggi Federico Rampini  parla degli attacchi hacker a Google in un’interessante prospettiva, tirando in ballo il buon vecchio uso della pirateria di Stato e mettendo in luce i possibili scontri fra titani per il possesso della rete.

La Cina ovviamente nega qualsiasi sua partecipazione agli attacchi, né confermando né smentendo il copione dei Pirati al soldo della Regina tirato in ballo da Rampini, ma si cura di sottolineare che tali beghe non hanno alcuna pertinenza o cittadinanza a livello internazionale. Insomma gli States stessero al loro posto che il web cinese è cosa cinese.

La questione nazionale - che tanto fece penare a sinistra in un tempo ormai immemorioso - esplode investendo la rete e dividendo i difensori del globo connesso e libero da quelli che invece difendono la spazio virtuale come fosse la terra che abitano.

Un’esplosione che però, bisogna ricordare, ha un sapore estremamente mercantile, lontana dal furore patriottico. Di nuovo i Pirati di regime.

Fra gli occidentali le perplessità etico-politiche sulla censura cinese avevano ragion d’essere sin dai primi albori del web. Si fa strada solo ora una vera preoccupazione perché in realtà i problema è: come possiamo fidarci di Google se il suo motore di ricerca non vende lo stesso servizio in tutta la rete. Come possiamo fidarci se g-mail è violabile da un governo e non da un altro. Insomma, ci sono due spazi mercantili sovrapposti che non seguono le stesse regole e che ledono il rapporto di fiducia fra aziende e consumatori.

Soluzione: giungere a un equilibrio mercantile fra quelle potenze che hanno l’obiettivo di dominare la rete e la sua particolare libertà di “esprimere” prodotti da vendere. Un equilibrio che di fatto rompe la visione aperta e interconnessa della rete che ha ispirato superficialmente le parole della Clinton. Se, infatti, si tratta di spartirsi il mercato del web si giungerà a tracciare dei confini di potestà politico-economica, creando zone differenti non necessariamente o completamente interconnesse, cioè dei cyber-spazi nazionali, dimenticandosi naturalmente di tutto quello che sta dietro al prefisso ‘inter’.

Come si fa a parlare di connessione globale della rete se il caos che regna sovrano riguardo al diritto che regola i rapporti fra Stati è evidente davanti agli occhi di chiunque voglia guardare? Non possiamo aspettarci nulla di diverso per il web non appena emergono interessi economici di rilievo.

Non ci si può indignare e invocare la libertà d’espressione se per accaparrarsi il mercato cinese si è issata alta la bandiera del regime, piuttosto che rimanere fedeli al modello aperto e libero del web. Perché sorprendersi se poi il regime stesso sguinzaglia le proprie navi pirata, esercitando il suo arbitrario potere contro possibili minacce? Il patto col “diavolo” si fa perché si riconosce di non poter vestire i panni dell’angelo fino in fondo.

Le acque dove surfiamo sono piene di polvere da sparo e l’aria tutta intorno grida ancora gli arrembaggi. Se però fra i flutti procellosi intravedete un piccolo ma elegante e veloce legno, con una bandiera con campo nero e in bianco una piccola ‘i’ fra parentesi quadre, non abbiate paura quelli là sopra non sono al soldo di nessuna regina e non fanno questioni sul passaporto.

Lyndon

Dic 08

Forse dovremmo costruire un cenotafio per la nostra lingua, ché lei non ha corpo se non nelle nostre voci o sui nosri schermi o sui vecchi od odierni fogli ma certo un corpo vero non l’ha che possa essere mangiato da una tomba. Lo dovremmo costruire all’ombra dei falansteri pieni dell’ingnoranza più greve e della superficialità più laida e pingue. Dovremmo costruirne uno in ogni piazza, in ogni Università.  A presente e futura memoria del nostro delitto.

Ma se così facessimo avremmo ancora un’inezia almeno di rispetto per la defunta, avremmo ancora nostalgia del tempo in cui parlavamo fra noi grazie alla dipartita lingua nostra. Se costruissimo un cenotafio poi dovremmo scrivere un epitaffio e decretare che il corpo che piangiamo vive ancora.

Non ci saranno epitaffi né tanto meno cenotafi. A leggere i dati dell’analfabetismo di casa nostra, del disprezzo verso la nostra lingua soprattutto, c’è da impallidire dal terrore e dall’orrore di una dialettizzazione dell’italiano, divorato dall’interno da noi stessi e dall’esterno dalla forza colonizzatrice di altre lingue più forti e belle o da strumenti di comunicazione per noi trappole tremende.

E su queste trappole voglio soffermarmi. Si parla infatti di un concorso di causa nella progressiva morte dell’Italiano da parte di tecnologie come  quelle del telefonino o del web. Si imputa a tali strumenti di impoverire la lingua nei significati e nelle forme, di imbastardirla, macchiarla e via discorrendo con una serie di attributi che denunciano l’esistenza di una purezza della lingua da salvaguardare che è segno forse ancora più pauroso della fine.

Il web rende analfabeti gli Italiani, li rende pieni di strafalcioni, impedisce loro di leggere i libri, i giornali e di studiare la grammatica.

Al contrario credo che gli  Italiani avrebbero continuato a non leggere i libri, i giornali a esser pieni di strafalcioni e a non studiare la grammatica anche senza il web. L’unica cosa che il web fa è amplificare una situazione che ha però radici ben più profonde e dure a morire - e probabilmente anche assai difficili a riconoscersi.

Il web infatti con noi non fa niente altro che sublimare e potenziare la comunicazione orale a discapito di quella scritta, perché tale è già la nostra tendenza.  E lo fa grazie all’uso dell’immagine, alla sua riproduzione seriale, e soprattutto all’ibridazione del linguaggio scritto con quello orale, contribuendo a creare uno spazio semiotico in cui la comunicazione dell’informazione non passa più attraverso il linguaggio della pagina ma attraverso quello della parola. Una parola digitalizzata, ibridata con effetti grafico-visivi sempre più raffinati e potenti e soprattutto parola non scritta.

Ciò che il web fa è sottolineare una mancanza di abitudine alla disciplina della scrittura che non sta nel web - per chi sa quale programmazione di default  - sta in noi stessi.  Sta negli spazi che viviamo quotidianamente, spazi forgiati secondo canoni orali piuttosto che scritti, sta nel nostro rapporto con la pagina scritta, dalle istruzioni per l’uso fino alle vette dell’Italiano delle Humanae Litterae: un rapporto disastroso, idiosincratico e di allergia manifesta.

Noi preferiamo chiacchierare, piuttosto che scrivere, preferiamo stare a sentire la voce di qualcuno che ci incanti piuttosto che leggere i suoi scritti.

E’ curioso imputare al web la nostra intolleranza alla scrittura, alla lingua scritta. E’ curioso e paradossale perché il web è in realtà un libro potenziato. In rete si navigano pagine, le pagine di una biblioteca infinita. Il web è figlio della stampa e di quella parte della cultura occidentale che ha fatto della lingua scritta uno strumento di libertà ed emancipazione dal potere.

L’orrore che trasuda dall’analfabetismo di casa nostra non è allora solo quello dei grammatici che inorridiscono al suono di un congiuntivo mancato, o dei letterati che piangono l’oblio dei grandi scrittori. L’orrore dell’analfabetismo arriva giù fino alle radici della nostra società stringendo le viscere di ogni uomo libero che si vede accerchiato da una massa sempre più indistinta di animaloni senza linguaggio, che prima o poi nel proprio pingue e beato oscillare schiacceranno ogni cosa.

Lyndon

intersettiva.it