Il sangue dei reietti, di quegli sporchi e indesiderati umani dell’altra sponda, il fumo delle loro case e dei loro corpi bruciati sembra che ci abbiano interrotto, distraendoci dai nostri affari: chi in cerca della goccia di peccato della carne sufficiente a vincere, chi in cerca di sofismi al botulino per rimanere al proprio posto.
Le urla dei rivoltosi ci hanno infastidito perché la loro rivoluzione, la loro rabbia contro il raìs, contro il capo, fa impallidire i barocchi tentativi di liberarci del nostro fantoccio al potere. Ci hanno seccato questi beduini ingrati perché si pensava che un baciamano potesse assicurarci dei cospicui guadagni a buon mercato.
I Libici sono il nostro doppelgänger, il nostro doppio oscuro, l’altra metà di noi oltre lo specchio. E adesso che il loro odio e la loro sete di libertà sono esplosi improvvisamente non possiamo che guardarli in faccia, caduta la maschera dell’arabo cattivo e terrorista, fanatico e integralista o quella dell’arabo buono, collaboratore, antisemita solo nel privato, ottimo partner commerciale e baluardo, garantito da una dose necessaria di brutalità, delle masse povere che sopravvivono oltre lo specchio.
Ora li dobbiamo guardare: hanno anche loro il web, gli smartphone, i portatili; anche loro hanno gli stessi nostri desideri, le nostre stesse paure. Ora dobbiamo riconoscere che l’unica cosa che ci divide è la ricchezza. Non la democrazia opposta alla legge islamica, non la civiltà della comunicazione opposta all’immobilismo della tradizione coranica. Solo la ricchezza ci divide e di conseguenza la fame di libertà.
Noi, della ricca Europa, ne siamo sazi di libertà, satolli al punto da non accorgerci che sempre più di frequente si apre una falla incrementando le perdite. Loro, seduti sulle nostre ricchezze come guardie cenciose, hanno un gran buco allo stomaco, una fame tale da sfidare le armi e le bombe.
La paralisi dell’Unione Europea di fronte alle rivolte del mondo arabo denuncia come l’ormai ovvio vassallaggio del potere politico – cioè, tanto per ricordare, il potere degli eletti dal popolo – nei confronti dell’interesse economico abbia intessuto relazioni profonde con dittature o monarchie assolute disumane e brutali. Ma oltre a tale vergognosa meschinità, questa paralisi diffusa fra gli Europei denuncia una verità più scomoda e terribile da riconoscere: la democrazia non è un bene per tutti. Soltanto alcuni popoli possono permettersela, gli altri devono sacrificarsi in una condizione ancillare perenne; perché la democrazia alla fine non è nient’altro che un tipo particolare di mercato, i cui confini devono rimanere circoscritti per funzionare. Insomma, alla festa non possono essere invitati tutti gli umani, la democrazia è un bene di lusso.
Tale verità viene poi mascherata e indorata da una melliflua ipocrisia che mescola l’autodeterminismo dei popoli con un superficiale relativismo politico, in cui tutte le vacche sono nere e a scegliere le migliori è soltanto questione d’olfatto: quelle ricche si lavano, quelle povere rimangono nel fango. E allora ecco confezionato il paradosso della ricca e democratica Europa che compra energia e fa affari con le dittature del Nord Africa senza farsi alcuno scrupolo; come continua a non farsi scrupoli mentre assiste attonita e sorpresa alla morte di quei popoli che chiedono libertà: “ma come, non vi piaceva essere guidati dal vostro raìs?” Sembra chiedere sbigottita.
La libertà per cui migliaia di Europei hanno dato la vita – come ora i Libici – è ridotta a bene di consumo, prezzata e venduta al miglior offerente. Questo ci dice il sangue dei nostri doppi oscuri, ci dice del nostro tradimento, prima che della nostra vile ipocrisia, alla quale forse siamo ormai abituati.
Gheddafi dichiara di essere leader a vita, morirà per la sua Libia. Chi sa con chi contrarremo matrimonio una volta che la morte ci avrà separato dal raìs, chi sa con chi firmeremo l’ennesimo contratto. Certo è che la morte non porterà via soltanto il beduino folle dittatore, lei ci ha già toccato inesorabilmente l’anima.
Lyndon


