Set 19

I muri di Roma, in particolare nel quartiere Prati, sono tappezzati da manifesti di un movimento politico con questo slogan: “Libertas. Contro ogni Relativismo!”.

Prendo dal Devoto-Oli: Relativismo è “ogni atteggiamento del pensiero che consideri la conoscenza come incapace di attingere una realtà oggettiva e assoluta”. Aggiungo io: in molti  casi (non tutti!) va di pari passo con l’atteggiamento di chi non si adegua, in modo acritico, a una conoscenza (o a un’etica)  semplicemente servitaci (da un’autorità, dalla storia, …) già pronta e talvolta imposta.

Scopo di questo breve post non è contribuire al dibattito sul Relativismo (ontologico, etico, epistemico,…), lungo e complicato, quanto piuttosto evidenziare la contraddizione esistente nella posizione secondo cui la libertà può esserci solo in assenza di Relativismo.
Dato il momento storico e conoscendo il movimento politico autore dei manifesti - negli ultimi mesi ha portato avanti campagne antiabortiste e di recupero dei dieci comandamenti - sono sicuro che ci si riferisca, in modo molto ingenuo, al “Relativismo etico” e che si vogliano appoggiare le recenti polemiche e posizioni del Vaticano in materia: ma allora, dico io, se ragioniamo in questo contesto, il Relativismo è l’opposto di quanto scritto nei manifesti, cioè è proprio la libertà di esprimere posizioni differenti e di non seguire i precetti insegnati (o imposti), da altri o dall’alto!
Insomma, “Libertas. Contro ogni Relativismo!” suona come “Mathematica. Contro la scienza!”

Mi tornano prepotenti alla mente le parole di Nietzsche sulla “Morale degli schiavi”…

Eudoxos

Set 11

Ad inizio estate, tra i marosi spesso statici e irreggimentati quasi quanto le file di ombrelloni del litorale romagnolo su cui si infrangono, sono affiorati dal mare Adriatico i resti di uno dei pochi esperimenti italiani di micronazione. Era il 1° maggio 1968 quando l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa dichiarò nazione autonoma e indipendente dallo stato italiano la piattaforma di 400 metri quadrati, da lui costruita insieme alla moglie, sei miglia a largo di Bellaria-Igea Marina, nominandosene Presidente, proclamandone l’esperanto lingua ufficiale ed emettendo perfino un francobollo che fece furore tra i filatelici. Al nuovo stato diede il nome di Isola delle Rose.

Quella che inizialmente fu salutata come curiosa novità semituristica dagli albergatori della costa che vi organizzavano visite guidate in barca, non ricevette certo la stessa accoglienza dalle autorità, prima locali poi nazionali, preoccupate soprattutto di dare libero spazio ad un pericoloso precedente e dalle - sempre in voga in quegli anni - voci del presunto sostegno di una potenza straniera. L’esperienza si concluse 55 giorni dopo, quando la guardia costiera e la Capitaneria di Porto di Rimini presero possesso senza ricorso alla violenza della piattaforma, fatta poi brillare con l’esplosivo dalla Marina militare nel gennaio dell’anno successivo.

 Esperienza breve, non paragonabile per esempio alle lunghe battaglie diplomatiche e le astuzie di diritto internazionale del Principato di Sealand nel canale della Manica (che addirittura rilasciò passaporti e residenze fiscali) e a quelle di molte micronazioni dalla storia decennale e tuttora esistenti, che però ebbe sicuramente il pregio di infrangere la routine di uno dei luoghi della penisola che prima degli altri si apprestava a diventare monolitico e integrato nel nuovo assetto sociale.Una delle tante utopie libertarie, alcune caratterizzate da forti connotati politici che affondano le loro origine in storie secolari e ricorsive di pirateria, brigantaggio e non omologazione al modello economico predominante (mi chiedo quanto ne siano distanti i famigerati pirati somali che infestano acque e media internazionali), altre guidate da poco nobili propositi di guadagno al di fuori delle regole condivise (ma il punto è proprio chi le condivide…), altre ancora intrise di un più o meno consapevole desiderio, nonsolo adolescenziale, di estremismo  e ribellione.

 Il tutto spesso confuso e fagocitato dai grandi movimenti separatisti (Paesi Baschi, Quebec ma anche la nostrana Padania) che di certo non incarnano le pulsioni libertarie dei singoli. Curioso in questo senso l’esempio del Governo della moderna Danimarca che, mentre insegue ormai da diversi anni l’esproprio di Christiania - enclave post-psichedelica nel cuore della capitale ma anche territorio dalla palese appetibilità residenziale - concede magnanimamente l’indipendenza alla colonia groenlandese (giacché i diritti degli Inuit sono importanti ma soprattutto costosi per il contribuente danese), mentre si oppone a quella delle Fær Øer (i cui abitanti sembrano invece dotati di una quantità insufficiente di identità nazionale per essere legittimati a gestire da soli il proprio petrolio). Per non parlare di equivoci internazionali come la Repubblica di San Marino o l’imperscrutabile Andorra. Ma il quadro generale è composto anche da casi curiosi come quello dell’Isola di Mal di Ventre sulla costa occidentale sarda durante l’estate 2008.

Credo che tutti questi tentativi ed esperimenti (e quindi non parliamo della politica internazionale) siano ugualmente contagiati da un’esigenza profonda di riconquista di uno spazio reale, fisico, concreto (e in fondo in questo la Rete mostra uno dei suoi aspetti più sedativi e acquitrinosi) in un mondo in cui i confini nazionali, i governi e le unioni economiche sono sempre meno il luogo in cui sentirsi a casa “in carne e ossa”. Nessun modello di sviluppo da seguire, ma un territorio e non una mappa di cui sentirsi davvero parte. Esigenza progressivamente assopita negli ultimi decenni, ma che ogni tanto torna  a manifestarsi.

Sembra che l’ingegner Rosa avesse fondato la sua isola inebriato dal sogno di poter coltivare ed annusare l’odore delle rose anche in mezzo al mare.

Paolo

Isola delle Rose

intersettiva.it