Disposizione di Stato: vivi!
Nessuno, né lo Stato né un medico può disporre della salute di un cittadino – Beppino Englaro
La vita umana, quale diritto inviolabile e indisponibile – proposta di legge
Tutti noi ci auguriamo che la nostra vita sia un diritto che non si possa violare o di cui nessuno possa disporre. Chi di noi si sognerebbe di contestare una legge che prendesse come fondamento la vita come diritto inviolabile e indisponibile?
La vita è il nostro bene più prezioso, alcuni di noi lo considerano così prezioso che è impossibile pensarlo completamente nostro e che quindi sia un regalo, un pacco dono di primissima scelta.
C’è anche chi, invece, la pensa in modo completamente opposto sul valore della vita, come narra Nietzsche ne’ “La nascita della tragedia”:
L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto.
Qualcuno potrebbe far notare che re Mida stava inseguendo un demone in un bosco, probabilmente sotto l’effetto del vino o di chi sa quale altra sostanza, e che quindi fidarsi delle parole di Sileno non sia proprio la cosa più saggia da fare.
Ma al di là di quanto vino possa aver bevuto re Mida – o Sileno stesso – credo che tener presente le parole del demone possa esserci utile a controbilanciare uno smodato e a volte cieco rispetto per la vita e, ancor meglio, a riflettere su cosa per ognuno di noi voglia dire vivere.
Sileno ci dice figli della pena e del caso, ci ritiene dei miserabili. Certo è che con un giudizio del genere va quasi da sé la macabra conclusione: meglio essere niente o, se la sventura di essere umani ci è capitata, meglio filarsela al più presto e tornare da dove siamo venuti.
La premessa di questa sentenza di morte è senza appello perché per Sileno gli umani sono effimere forme decadute rispetto alla perfezione dell’essere niente – alcuni di noi direbbero “perfezione divina”. Il termine di paragone di Sileno ci taglia fuori, senza neanche iniziare la partita. Ma non lo fa per cattiveria: Sileno non è un uomo. Il suo orizzonte è disumano, al di là del bene e del male – tanto per tornare ancora a Nietzsche – e quindi per lui non hanno senso le nostre differenze e distinzioni: la vita, la morte, la tenebra, la luce, e via così all’infinito. E’ un po’ come se un punto geometrico – quindi indivisibile e perfetto – si mettesse a giudicare tutte le restanti forme geometriche, nessuna di esse ne uscirebbe indenne, sarebbero tutte macchiate di un po’ di penosa imperfezione.
Ora, visto che noi ci sguazziamo nell’imperfezione – non so se vi siete accorti che questo post sembrava parlarvi della battaglia civile di Beppino Englaro e dei diritti dei cittadini italiani di fronte allo Stato per poi andarsi a cacciare in un bosco insieme a re Mida, Nietzsche e una versione ubriaca del vostro oste preferito – dicevo, l’imperfezione nostra è condizione da cui non usciamo, andare poi a paragonarla con qualcosa che è perfetto per definizione è un suicidio o al massimo un comportamento masochista. Quindi è probabile che re Mida non abbia preso in parola Sileno e che si sia goduto la sua imperfetta vita di re.
Ma cosa accade alla nostra vita, imperfetta e miserabile, quando non distinguiamo più le differenze che la rendono tale, quando l’unico ritmo nostro è quello del respiratore?
Abbiamo seguito il consiglio di Sileno: nostro malgrado siamo niente. O almeno questo credo che sia un essere umano quando il suo respiro è un’onomatopea meccanicamente riproducibile.
Dunque, questa mia convinzione è dura a morire, in gran parte perché sono superbo e testardo – ma mi dicono che è per motivi astrologici quindi non ne farei propriamente un dramma – in ogni caso mi sono chiesto:
Chi crede che vivere con un respiro assistito sia vivere, che idea ha della vita? E poi, che idea ha della salute e della malattia chi crede che un respiro assistito sia una cura?
Ripartiamo dal vedere la vita come “pacco dono di primissima scelta”. Una cosa così preziosa non può appartenere completamente a noi, miseri mortali, ci è stata sicuramente donata, anzi è talmente preziosa che in realtà ci è stata data in usufrutto, insomma quasi fosse un appartamento in affitto – con un contratto più o meno duraturo ma poi ci si pensa. Conclusione: la vita non è nostra, come l’abbiamo ricevuta così la dobbiamo restituire, grati e con il sorriso sulle labbra.
Chi scrive una proposta di legge sul trattamento di fine vita – che è un eufemismo per evitare di parlare di eutanasia quasi portasse jella – come quella che gira oggi sui giornali è molto probabilmente convinto che la visione della vita come “pacco dono di primissima scelta” sia un buon modo di raccontare come vanno le cose. E’ un buon modo perché così le cose si aggiustano affinché sulla vita degli uomini penda una costante ipoteca, come un legaccio invisibile che tutti noi ci subordina alla volontà di chi/di ciò che ci ha fatto da benefattore.
E così siamo in debito, perenne debito, verso tutti coloro che fanno le veci di quel chi/ciò che ci ha fatto da benefattore. Che sia Dio o che sia la Medicina, che sia il prete o sia il medico, poco importa, in ogni caso c’è nell’affermare l’indisponibilità e l’inviolabilità del diritto a vivere una dichiarazione di proprietà iniziale che taglia fuori i diretti interessati. E allora un respiro assistito è una cura non tanto per il corpo malato ma per debellare quella insana idea che sta a fondamento della frase citata all’inizio di Beppino Englaro. Nessuno può disporre della salute del cittadino – dice Englaro – perché la vita appartiene a ognuno di noi senza ipoteche come ci appartiene il nostro corpo e quindi la sua salute e la sua malattia.
Dunque la questione non è se mettersi a cavillare sul fatto che vi sono alcuni che ritengono il respiro assistito una dignitosa forma di vita e altri un affronto alla vita propria e intesa in senso generale. Ognuno di noi dovrebbe essere libero di credere ciò che vuole riguardo a come vivere e morire.
La questione è una questione di proprietà. Dio, lo Stato, la Famiglia, il Prete, Il Medico et alia ritengono di avere un diritto di prelazione sulla vita, ognuno di essi con giustificazioni e storie differenti ma nella sostanza tutti a un certo punto ci sostituiscono, riprendendosi ciò che ritengono appartenga loro.
Sappiamo bene, tutti quanti, come si risolvono le questioni di proprietà.
Lyndon

