Al cinema in minicar
Questo post, oltre a esser un reportage dal mondo esterno, è un esperimento mentale, una simulazione.
Sabato scorso, insieme ad Alessandro, abbiamo deciso di venir a contatto con l’Adriano-di-sabato-sera. Cioè ci siam detti che per amore di Scorsese e del suo Shutter Island valeva la pena affrontare la ressa di umani romani provenienti dalla upper class capitolina e attirati dal prestigioso cinema come le api dai fiori. Ci siamo detti che in sella alle due ruote avremmo potuto schivare la massa ben vestita e supponente, ci siam detti che dopotutto non sarebbe stato così drammatico.
Le mie due ruote le ho parcheggiate lontano dal cinema, in una viuzza laterale che si immette su Piazza Cavour - scavata al centro da un voragine di lavori in corso. Ho tentato un approccio alla massa informe di pneumatici, lamiere, borbottii motoristici, minigonne, capelli-appena-fatti-dal-parrucchiere, occhiali ricercati, pantaloni anche e tutto ciò che si accompagna, accumulandosi alla rinfusa, alle manifestazioni della ricchezza italiana. Ho tentato ma il risultato è stato un totale respingimento. La strada era quasi impraticabile, tanto il traffico pulsava di caos e corpi e macchine si scioglievano in un gorgo indistinto fuoriuscito dalle porte del cinema. Pareva che non vi fossero più demarcazioni fra pedoni, auto, due ruote, bus: tutto si fondeva in un unica passerella affollata e roboante.
“Mai più all’Adriano di sabato sera” mi dice Alessandro appena lo riconosco nel vortice di facce a cui, lo devo ammettere, credo di aver dato in pasto un’espressione alquanto schifata. Non riesco mica a dissimulare il disgusto di solito.
Entriamo, i biglietti già fatti grazie alla preveggenza di Alessandro, in modo da schivare il più possibile e prendiamo a salire per le scale mobili che ci portano alla sala 6. Poco prima di entrare, da una delle finestre guardiamo giù in strada, che è ancora immersa nella gelatina di cui sopra. Alessandro mi fa notare una minicar blu parcheggiata al centro della strada, quasi volesse entrare direttamente al cinema sulle sue quattro ruote.
Oggi leggo di quest’altra minicar e apprendo anche della fine del nipote di Amintore Fanfani, Jacopo. Cerco allora di capire cosa porta a parcheggiare in mezzo alla strada, cosa ti dice la testa, cosa diavolo stai facendo con quella minicar!?!
Non ci riesco a capirlo, riesco solo a disprezzare, a dare in pasto la mia faccia più schifata e indignata. Non riesco affatto a comprendere, a cercare di mettersi nei panni di questi altrui umani motorizzati. Vedo solo egoismo, incapacità a riconosce anche il pur minimo contesto civile. Per non parlare dell’assenza totale di coscienza/conoscienza delle regole che dovrebbero impedire la creazione spontanea di ammassi globulari di membra umane accoppiate alle proprie macchine in coaotico e imperituro giro - se state pensando a Dante fate bene, non fosse per altro che per aver un po’ di sollievo estetico!
Quindi ho pensato: faccio un esperimento mentale, mi metto nella testa di chi frequenta l’Adriano-di-sabato-sera.
Accendo il motore, forse truccato o forse no, della mia minicar, esco dal box, esco dal comprensorio signorile, entro in strada: è mia, penso, come il comprensorio e il box e la cameretta e tutto ciò che possiedo. Ma c’è una differenza: la strada la posso calpestare, me ne posso fregare. Così entro in strada. Obiettivo: il comprensorio signorile di lei. Speranza: che si metta quella gonna che le fa due chiappe da stupro. Oppure quella maglietta trasparente. Se poi si mette il rossetto si sabato scorso ci provo stavolta a farmelo ciucciare.
Ora in macchina siamo insieme, la strada la calpesto ancora di più. A lei devo far vedere che la possiedo. Ha la minigonna, la maglietta trasparente ma non lo stesso rossetto, fa differenza? Ma che, io ci provo lo stesso!
Cazzo che palle il parcheggio, sto in ritardo e il film inizia tra poco. La schiaffo qui, che mi frega.
Guarda come esce dalla macchina!
Ora in sala siamo insieme e le ho già messo le mani addosso. La possiedo.
Esco, la macchina è ancora là eppure se l’avessero portata via mi prendevo un taxi. Obiettivo: farmelo ciucciare.
Lei mi fa: “Amore, hai visto quello all’entrata che t’ha guardato come fossi un criminale?”
Le rispondo: “No. Andiamo da me?”
Torno nel comprensorio signorile, nel box . Salgo in camera e me la faccio.
Domani ho la processione per quella deficiente che s’è schiantata. Era compagna di scuola di lei, ci devo andare altrimenti addio pompini e tutto il resto.
Mi sa che me la cambio la car. Il blu mi ha stancato.
Lyndon

