Mar 02

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Leggendo questo intervento di Valerio Magrelli su Nazione indiana ci è venuta in mente una proposta: perché non costruire una mappa della geografia pasoliniana?

Riportiamo di seguito il punto III dell”intervento che riteniamo sia quello più significativo e possa costituire un valido “canovaccio” da cui partire:

“Sono davanti a una dozzina di libri su Pasolini, nel tentativo di illustrare il senso del suo rapporto con Roma, tanto determinante per la sua opera letteraria e cinematografica. Film come Accattone, Mamma Roma o La ricotta, romanzi come Ragazzi di vita o Una vita violenta, cicli poetici come le Ceneri di Gramsci, formano infatti un’unica costellazione figurativa e linguistica. Eppure non è facile provare a chiarire il profondo legame che unì lo scrittore del Nord alla capitale, dove si trasferì verso il 1950. Infatti il poeta di Monteverde, il leggendario insegnante di Ciampino, è in realtà lo stesso autore che seppe aderire come pochi altri sia alla struggente bellezza dell’Italia triveneta (con L’usignolo di Casarsa), sia al fascino di un “Altrove” intercontinentale (grazie ai grandi reportage asiatici e africani).

Per quanto riguarda il primo caso, basti ricordare come Casarsa e la sua provincia facciano tutt’uno con la prima fase della sua produzione. Eppure, caso davvero raro nella letteratura italiana, proprio il cantore della piccola patria friulana seppe aprirsi come pochi al richiamo di altre culture. Basti pensare al suo cinema, con l’Inghilterra dei Racconti di Canterbury o la Tanzania, il Kenya, l’Uganda di Appunti per un’Orestiade africana, luoghi a cui deve aggiungersi, sul piano della saggistica, un testo illuminante quale L’odore dell’India. Come è stato notato, alla base di queste scoperte stavano da un lato l’inquietudine per “l’universo orrendo” del neocapitalismo italiano, dall’altro l’ansia di visitare paesi che accogliessero, ancora incontaminati, natura, arcaismo, povertà, eros. Ebbene, l’amore di Pasolini per Roma dev’essere appunto inserito all’interno di questa fortissima polarità fra localismo e cosmopolitismo, ripiegamento contadino e curiosità etnografica.

L’acuminata sensibilità di questo autore per i paesaggi geografici e, antropologici trova così nella nostra capitale il punto mediano fra i due estremi della sua parabola espressiva. La borgata, cioè, si configura come uno spazio incerto e mutante, sempre sul punto di trasformarsi in realtà mitica. Non per niente, il desolato gruppo di baracche da cui proviene il protagonista nel romanzo Una vita violenta, fra l’Aniene e il quartiere Tiburtino, è soprannominato “la piccola Shangai”. Non per niente, prima di tuffarsi nel Tevere, l’eroe del film Accattone viene paragonato a un faraone egizio. Posta all’incrocio fra classicità e industrializzazione, arcaismo e modernità, Roma fu dunque un luogo in cui rievocare un altrove struggente, tradito, perduto, o forse soltanto sognato.”

L’idea potrebbe essere quella di costruire una cosa del genere mappando i luoghi della vita e delle opere di Pasolini.

E sarebbe un’idea da contrapporre alla fastidiosa e viscida sorte che Pasolini ha fra i nostri concittadini. Una sorte che non solo lo vede oggetto di riprobazione, odio, astio e avversità da parte di tutti coloro lo abbiano ritenuto un nemico, un avversario, un uomo da combattere. Magari fosse soltanto questo. Sarebbe onesto quanto meno.

Purtroppo la sorte riserva a Pasolini tiri infingardi, segnati da un ghigno amaro che nasconde il propro livore. Un ghigno che ha il volto del “noto bibliofilo” Dell’Utri, che ci assicura dell’inquietante valore della penna pasoliniana.

Ma quanto “inquietante” dalla bocca di Dell’Utri esce come svuotato di ogni suo condiviso significato e si ammischia al ghigno di chi si può permettere di elogiare falsamente il nemico, consapevole del proprio potere sulla coscienza degli umani d’italica provenienza.

Alessandro & Lyndon

Nov 09

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Il 2 novembre 1975, 34 anni fa, moriva Pasolini.

La chiarezza con cui vedeva - anzi pre-vedeva - e comprendeva eventi, fenomeni, meccanismi del nostro mondo allo stesso tempo mi affascina e terrorizza.
Per esempio leggete o rileggete le sue parole  sulla televisione (qui trovate un estratto dell’articolo scritto l’11 luglio 1974 e ripubblicato in “Scritti corsari”).
Sembra di sentir parlare un oracolo.
Sono pochi i personaggi che provocano in me queste sensazioni.
Il loro essere esistiti mi fa sentire piccolo piccolo.

Eudoxos

Riporto qui sotto parte di un suo testo, proprio del 1975, (”Bisognerebbe processare i gerarchi DC“, da “Il Mondo” del 28 agosto 1975, ripubblicato in “Lettere luterane”) che mi è stato ricordato da un amico ieri.

“[…] Nel meccanismo (Palazzo, Paese, Nuovo Potere) che ti ho descritto, intervengono anche altre forze: il Psi, il Pci, che da tale meccanica sarebbero libere. E sarebbero libere precisamente perché la loro interpretazione della realtà dovrebbe essere culturale e non pragmatica: politicizzando il tutto, se ne dovrebbe vedere l’insieme: e quindi il principio: per cui si potrebbe, appunto, ricomincare.
Perché allora sia il Psi che il Pci sospendono ogni forma, sia pur timida, di interpretazione dell’Insieme, adeguandosi anch’essi alla regola prima cui si attengono tutti gli osservatori politici italiani, di ogni classe e partito, la regola cioè di intervenire solo fenomeno per fenomeno?
Le ipotesi sono due:
I) Il Psi e il Pci non possiedono più una interpretazione culturale della realtà, essendosi ormai identificati, nel pragma e nel buon senso, con la Dc: accettazione dello Sviluppo, con quanto di democratico, tollerante, progressista esso (falsamente, io sostengo) comporta. In tale ipotesi valgono certamente le pazzesche sollecitazioni, che si levano ormai da ogni parte, alla Dc di «imparare» qualcosa dal Pci, specie nel suo rapporto reale con le masse. Ed effettivamente in tal caso il Pci avrebbe qualcosa da insegnare alla Dc, qualcosa di indubbiamente fondamentale: l’onestà.
II) Il Psi e il Pci possiedono invece, ancora, la loro visione ormai classica di interpretazione «altra» della realtà, ma non ne fanno uso. E non ne fanno uso perché, se ne facessero uso, essi dovrebbero ricorrere, logicamente, a soluzioni estreme.
E quali sarebbero queste soluzioni estreme? Forse quelle degli estremisti?
Non proprio: ciò non rientrerebbe nel metodo, ormai ben stabilizzato, del Psi e specialmente del Pci: tali soluzioni estreme si manterrebbero nell’ambito della Costituzione e del parlamentarismo: anzi, sarebbero - secondo uno stile semmai di carattere radicale - l’esaltazione della Costituzione e del parlamentarismo.
In conclusione, il Psi e il Pci dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l’Italia. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle giuste proporzioni: come Papadopulos. Visto fra l’altro che Nixon è stato salvato da Ford dal processo vero e proprio. Nel banco degli imputati come Papadopulos. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente (sperando nell’eventualità che, almeno, venga prima o poi celebrato un «processo Russell» finalmente impegnato e non conformistico e trionfalistico com’è di solito): indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.
Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla.

intersettiva.it