Mar 24

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Continuo a dilapidare energie nell’analisi dei comportamenti televisivi figli e padri della produzione catodica nazionale, per meglio comprendere cause, effetti e direzioni della nostra identità culturale. Mi rendo conto di come ciò possa in qualche maniera apparire in controtendenza rispetto ad una più attuale e, giornalisticamente parlando (e grazie a dio non ho nessuna voglia né intenzione, o tantomeno la richiesta superficialità per parlare a tal titolo), maggiormente trendy interpretazione di costumi e tendenze culturali legate all’utilizzo delle Rete e dei suoi rivoli. D’altronde, è pur vero che, come nazione, ormai da un tempo consistente non brilliamo più a livello di innovazione culturale, e così, mentre per puro piacere voyeuristico e suicidio intellettivo, mi incancrenisco nella visione del fior fiore della creazione televisiva del Reame Mediatico Unito, parallelamente mi convinco e mi sembra di afferrare con più chiarezza, pia illusione, le chiavi di questo marasma mediatico che, ritengo, ormai per pura convenzione intendiamo come entità nazionale che si riconosce nella categoria delle democrazie occidentali (avrei probabilmente potuto dire Italia, ma la parafrasi, oltreché una malattia, è un buon modo attraverso il quale si possono mistificare le proprie opinioni).

Era possibile ieri sera dilettarsi in un gioioso zapping tra la serata musicale di RaiDue - protagonisti gli  “in un tempo lontano” criniti Francesco De Gregori e Lucio Dalla in versione autocelebrativa - e l’attesissima, zeppa di ospiti illustri e speranze a buon prezzo, semifinale di “Amici”. Ovvero molto più di una parabola sugli eterni e sempreverdi (perché applicabili ad ogni circostanza) interrogativi cari all’essere umano: “da dove veniamo?”, “e dove stiamo andando?”, ma soprattutto, “perché la sinistra progressista italiana non vincerà mai?” (sì, effettivamente per quest’ultimo, me ne rendo conto, riesce piuttosto scomodo l’accostamento con quesiti di portata epocale da monolito di Odissea nello Spazio). Inoltre il tutto incarna un’ampia dimostrazione (ma ahimè non il suo conseguente possibile rifiuto) di come il temporaneo oscuramento di una ortodossa dialettica politica sotto forma di talk show televisivo, oltre ad essere un’ovvia sconfitta di ogni coscienza civile, precluda ad un subdolo proseguimento ed inasprimento dell’indottrinamento elettorale per percorsi non convenzionali (o forse dovremmo dire ormai tradizionali, almeno qui da noi) ma molto sperimentati.

Comunque sia, andiamo in ordine ed iniziamo dal primo dei due “eventi” menzionati.

Dalla e De Gregori si ripropongono in un estenuante revival di rivisitazioni più o meno lecite e lucide dei loro cavalli di battaglia. Lasciando ad ognuno l’opportunità di riflettere su come sia prerogativa solo dei “grandi sul serio” quella di smettere di “essere artisti” un attimo prima di che sia troppo tardi, rivolgiamo la nostra attenzione altrove. Perché il vero spettacolo stavolta non è sul palco. In un “registicamente imbarazzante” tripudio di inquadrature intime e primi piani sognanti ecco apparire inconfutabile e nitido tra il pubblico “il popolo delle sinistra”. Capelli naturali, trucco quasi assente ed equi e solidali orecchini etnici per lei, pizzetti alla francese e occhialetti neri tondi d’ordinanza per lui. Area sognante nella litania interna per lei che doppia sottovoce ogni strofa, piglio di alta comprensione del significato recondito del testo per un ammiccante lui. Sono loro, le nostre speranze, i figliol prodighi del PD indignato, gli sconfitti dalla bruttura culturale di questa nazione. Quelli che scelgono l’esilio, perché “sono cervelli in fuga”. Il 3D al cinema l’hanno visto, ma solo per curiosità perché il Sundance Film Festival è molto meglio. Sai, è di Robert Redford. Sono loro. Sono i “vogliamo più giovani al potere”, e gli “hai capito papà? Se dai le dimissioni dal Parlamento, magari mi eleggono a me che sono più giovane, no?”.  I loro lavori abituali spaziano dal creativo del piccolo studio di produzione cinematografica, al fotografo (ma non di matrimoni, per carità che orrore!) al regista di cortometraggi, al giornalista (“sai, collaboro e scrivo recensioni per un sacco di situazioni”), al designer di soluzioni innovative (gli eclettici). Sono quelli che non hanno mai avuto una raccomandazione e “pensa lì dove ho mandato il curriculum, mi hanno chiamato subito dopo averlo letto, però adesso ti saluto che devo andare all’inaugurazione della mostra di mio padre”. Sono “i sempre pronti alla segnalazione” perché “se non ci aiutiamo tra noi che ce lo meritiamo”. Sono quelli che capiscono la preoccupazione del rettore Luigi Celli per il povero figliolo. Sono favorevoli all’aborto, all’eutanasia, alla ricerca sulle staminali (ma ti pare che uno non possa nemmeno più farsi una canna) ma non sanno argomentare le loro convinzioni. Sono anni che non capiscono una riga di ciò che si ritrovano a leggere, se lo leggono. Però vanno a vedere un sacco di concerti molto interessanti.

Dall’altra parte ci imbattiamo nella negazione stessa di ogni principio di realtà (ed il punto è che non so quanto la cosa sia distante dalla situazione appena descritta).  A casa di Maria de Filippi (leggi: La Tv nella sua interezza) le etichette discografiche sono delle associazioni benefiche, quasi materne. Abbandonate l’idea dominante (chissà perché) della multinazionale arrogante per ritrovarvi nel filantropico e caldo abbraccio di un giovane e benevolo fratello maggiore che è certo del vostro talento, che coccola i vostri vezzi artistici e vi scuote amorevolmente dalle vostre crisi emotive, che immaginiamo colgano chiunque (artista o meno) debba cimentarsi con la tortura giornaliera della cover musicale per poi essere esposto al ludibrio e al giudizio severo del pubblico parlante che rinfaccia “sarai anche bravo, ma tu non mi emozioni!”. Chi resisterebbe, se non fosse per questi teneri emissari di colossi economici che uccidono ogni individualità e discostamento dalla grigia medietà, ma che nel contempo ti allungano la penna per firmare un contratto?

Maria, portatrice del nome seconda solo alla Madonna (non la cantante) per fama e bontà, piange per l’eliminazione del ballerino Stefano che prima del programma scaricava le cassette di frutta al mercato e ora potrà girare il mondo a passo di danza. Ospiti italiani (belante Antonello Venditti e incartapecorito Massimo Ranieri) che lodano il lavoro della bionda baritona per poi, nella prossima trasmissione di cui saranno ospiti, avanzare seri dubbi sulla qualità dei talent show.

Mi domando, perplesso, se i “superospiti” stranieri trovino qualcosa di strano nel dover parlare con ragazzi post adolescenti cultori del soul e dell’R’n’B, che duettano con loro gorgheggiando e giocherellando in maniera inconsulta con le mani come fossero posseduti - manco fossero stati concepiti in un bordello di New Orleans -,  solo mediante l’onnipresente interprete ufficiale Olga Fernando, fulgido esempio di monopolio Costanziano (ci sarà qualcun’altro cazzo che spiccichi due parole d’inglese del tipo “It’s really nice to have you here” e minchiate affini).

Quando è troppo è troppo. Spengo la TV e rivolgo le mie brame mediatiche alla radio, che tra l’altro non sento mai. E capisco il perché. Radio Rock - radio locale romana con programmazione musicale bloccata all’uscita di Foxtrot dei Genesis (argomento sul quale è lecito interrogarsi a scelta) con incursioni avanguardiste nelle “nuove tendenze” del grunge (e se “Amici” fosse l’effetto e non la causa?). Il Dj dominante e storico Prince Faster, che sembrerebbe affetto da un disturbo asintotico nella lettura dei messaggi che gli arrivano in onda (il che vuol dire, in caso il coglione di cui sto parlando avesse la fortuna di leggerci, che una cosa o si legge nella sua interezza e nella corretta formulazione o non la si legge sminuzzandola, balbettando sistematicamente e interrompendola per farla apparire priva di significato), con dovizia emiliofediana (delle scuola del minzolinismo radicale, suppongo) dimentica sistematicamente o non capisce il nome o il messaggio di chi ardisce criticarlo o confutare una sua posizione. Spengo la radio.

Non pago, mi dirigo in cerca di conforto in libreria dove tra gli scaffali delle novità campeggia il libro di Pierdavide Carone “I sogni fanno rima”, per i tipi della Mondadori al costo di  € 15,50. Centocinquanta pagine “scritte” (ok, almeno le virgolette concedetemele) a carattere 18 con interlinea doppio. Frasi nucleari sotto forma di aforismi emotivi di facile comprensione per un cercopiteco. In pratica la Bibbia della Demenza. Ma il dubbio rimane. Il ragazzo, recluso da quasi un anno dentro la “scuola” di Amici, oltre, immaginiamo, alle estenuanti prove giornaliere, al turbinio di creazione artistica che lo vede già proiettato di diritto nell’olimpo dei cantautori, all’amore trovato e contraccambiato con una sua compagna di avviamento alla professione di artista di Stato, ha già trovato il tempo per vincere, da autore, anche il Festival di Sanremo. Anche Leonardo da Vinci, archetipo dell’artista versatile e poliedrico, avrebbe avuto probabilmente bisogno di più tempo per una tale varietà e quantità di materiale artistico prodotto. Ora. O ci troviamo di fronte ad un genio incommensurabile, o forse ci stanno prendendo per il culo. Sto provando con tutte le mie forze a credere alla prima ipotesi. Poi mi viene in mente “…a far l’amore in tutti i luoghi, in tutti i laghi”, e ripiego, triste, sulla seconda. 

Tornando a casa mi imbatto in un manifesto a firma di una sedicente Patria Socialista che invoca “Onore per i martiri antifascisti delle Fosse Ardeatine”(sic), messaggio la cui portata logico/politica non sono pronto a soppesare nel dettaglio, ma che ha il pregio di convincermi una volta di più di quanto ormai ci sia ben poco da scherzare con le idee e la confusione di questa nazione.

Paolo

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Gen 10

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Le partite del campionato di calcio mio padre le seguiva alla radio. Ora non più. Ora le segue seduto in poltrona.

La radio che aveva era un parallelepipedo nero, con dei pulsanti e manopole verde scuro, posizionata ogni domenica sul tavolo della sala da pranzo, che per l’occasione vestiva del panno verde da gioco. Accanto a quello che ai miei occhi appariva uno strumento in  tile del tutto simile ai telefilm fantascentifici della mia infanzia, giacevano una serie di fogli di giornale con schemi e classifiche in bianco e nero, accuratamente disposti e sui quali, nello scorrere del pomeriggio, mio padre scriveva o scarabocchiava nervosamente. Di solito, quindi, le domeniche alla radio - spaziale - mio padre le passava seduto al tavolo, non in poltrona. Lì ci andava quando ormai i giochi erano chiusi, ci si poteva rilassare e godere delle vittorie o incupirsi delle sconfitte.

Se non fosse stato per l’aspetto fantascientifico della radio, probabilmente non ricorderei granché di quelle domeniche  in cui il calcio non si vedeva.  Infatti la voce plurima dei telecronisti, che sgorgava senza una precisa identità visibile da quella scatola nera dai pulsanti verdi, dava al pomeriggio una strana fluttuazione. Come se per incanto la sala da pranzo diventasse il centro radio di una grande nave spaziale, nel bel mezzo di una tempesta d’asteroidi o di una battaglia intergalattica.

Forse ci si metteva pure l’immaginzione dell’infanzia, vero. Ma quando le cose non le vedi se non per approssimazione, devi per forza immaginartele.

I prossimi Campionati del Mondo di calcio li vedremo in HD  - spero che si faccia in tempo anche per il 6 Nazioni, ché il calcio senza radio spaziali mi annoia non poco. Sprofonderemo in poltrona con la convinzione di vivere un’esperienza unica, un nuovo e avveniristico simulacro di realtà, così perfetto nei particolari, cosi fedele ai nostri occhi che come il migliore dei cani da tartufo o da caccia ci condurrà proprio dove la nostra pigra voluttà ci dice di andare. Ovviamente perpetrando l’incantesimo di muoversi stando fermi. Allora conteremo i fili d’erba che separano il dischetto del rigore dalla linea di porta. Non prima di esserci accertati che il pallone riporti la marca ufficiale dei Campionati e che gli occhiali da sole della moglie di… o della figlia di… siano proprio quelli visti il giorno prima in un negozio del centro.

Ci travolgeranno - spero - le magliette succinte delle fan impazzite della torcida brasiliana. Forse staremo lì ad aspettare una carrellata sui loro seni verde-oro, ché sì va bene il filo d’erba, va bene la marca del pallone ma la voluttà è sempre voluttà!

Sarà un trionfo di colori e un deserto di congiuntivi; sarà un tripudio di nitidezza e un flusso di gracchianti grida senza nome; sarà l’apoteosi del particolare e una serie infinita d’idiozie panzane.

Sarà un’esperienza indimenticabile.

Poi torneremo a guardare la sala da pranzo, che sarà ferma in un caldo infernale, e ancora ubriachi guarderemo fuori dalla finestra pretendendo disperatamente di vedere la marca di tabacco del passante in strada e le forme sotto la maglietta della vicina.

Non potremo più fare a meno di una fedele alta definizione per non lasciare niente nella vaghezza, non più capaci di sopportarla.

Lyndon

intersettiva.it