“La sua pelle sembrava assaporare le carezze”
Mi spiego. Questo sarebbe dapprima dovuto essere un commento in risposta/appoggio a quanto espresso da una nostra fedele lettrice. E’ possibile seguire qui l’origine e il progressivo arricchirsi del dibattito. Poi ho pensato che alcuni argomenti meritino una visibilità maggiore nella nostra arena informativa. Perciò pubblico quanto segue come post autosufficiente, non per questo ritenendolo esaustivo o portatore di un punto di vista incontestabile. Anzi, con l’invito e la speranza di un costante scambio di opinioni ed espressione delle proprie perplessità o convinzioni su un argomento che non può che avere un approccio ed un’interpretazione assolutamente soggettiva.
Pertanto…
Azzardo alcune ipotesi in merito alle legittime curiosità dell’amica Raganellakiller. Di primo acchito quella di Suor Albina sembrerebbe essere una sinestesia, ovvero quella gradevole figura retorica o fenomeno sensoriale/percettivo (ci soccorre wikipedia) che indica una contaminazione dei sensi nella percezione. Trovo inoltre ed invero risibile (ma si sa, io rido per un nonnulla!) che già il nome della suora evochi in me prepotente un’altra arguzia linguistica, ossia quella dell’ossimoro dato dalla contrapposizione tra il significato del nome della suora nella sua accezione comune di assenza di colorazione, e quindi per analogia di biancore, e invece la presumibile (se bene con alcune eccezioni - lo dico per i puristi che di solito frequentano queste pagine) tinta scura dell’abito monastico che la nostra “vecchina” indossa (anche qui la mia fervida immaginazione di bestemmiatore impenitente non può che scattare per edulcorare la scena e riportare il mio proverbiale livore a livelli accettabili).
Quanto detto vale per un’approssimativa analisi linguistica della frase in questione.
Vorrei essere altrettanto analitico e presuntuosamente competente per quel che riguarda il concetto veicolato dalla stessa formulazione di termini e ancor più esegetico per dissezionare il sistema ideologico che queste poche parole sottendono. Mi piacerebbe capire come mai la dolce suorina, forte, granitica e costante (e qui forse c’è del sovraumano e non in altro) nel stare vicino a un corpo inerme e martoriato, abbia notato questo flebile barlume e anelito di vita, ma sembri invece non aver visto (o almeno non ce ne parla) il fetore della morte, il rumore del dolore straziante, immenso e divino (perché davvero creatore) di un padre che ha continuato in tutto, per tutto, contro tutto e con ferite che io e lei non possiamo nemmeno pensare ed immaginare, ad amare una figlia.
Vorrei capire questo ma non ci riesco. Mi appello alla razionalità e penso agli oltranzisti religiosi e ai loro emissari politici, poco interessati ai vivi e molto ai morti per segnare delle linee di confine dietro le quali continuare ad essere inattaccabili. Alla loro arroganza sul controllo dei nostri corpi, dei nostri impulsi e passioni. Al loro continuo foraggiare la superstizione, perché solo nell’ignoranza e nella frammentazione riescono a proliferare.
Penso a tutto questo e all’improvviso torno a pensare a Suor Albina. Nella sua celletta, la sera, con un rosario in mano che prega per Eluana ovunque lei ritenga sia andata a finire e che poco prima di cadere nel sonno della litania liturgica che l’accompagna, inconsapevolmente sorride e ha chiara ed inossidabile dentro di se la convinzione che ciò che è stato fatto, è stato fatto, con dolore e amore, solo da chi in quel momento poteva permettersi di parlare e fare qualcosa. Un padre. Non quello in cui crede lei, ma quello in cui credeva Eluana. Padre e figlio e spirito santo. Uno e trino. La loro volontà è stata fatta. Questa è l’unica cosa che conta.
Paolo
