Feb 10

Mi spiego. Questo sarebbe dapprima dovuto essere un commento in risposta/appoggio a quanto espresso da una nostra fedele lettrice. E’ possibile seguire qui l’origine e il progressivo arricchirsi del dibattito. Poi ho pensato che alcuni argomenti meritino una visibilità maggiore nella nostra arena informativa. Perciò pubblico quanto segue come post autosufficiente, non per questo ritenendolo esaustivo o portatore di un punto di vista incontestabile. Anzi, con l’invito e la speranza di un costante scambio di opinioni ed espressione delle proprie perplessità o convinzioni su un argomento che non può che avere un approccio ed un’interpretazione assolutamente soggettiva.

Pertanto…

Azzardo alcune ipotesi in merito alle legittime curiosità dell’amica Raganellakiller. Di primo acchito quella di Suor Albina sembrerebbe essere una sinestesia, ovvero quella gradevole figura retorica o fenomeno sensoriale/percettivo (ci soccorre wikipedia) che indica una contaminazione dei sensi nella percezione. Trovo inoltre ed invero risibile (ma si sa, io rido per un nonnulla!) che già il nome della suora evochi in me prepotente un’altra arguzia linguistica, ossia quella dell’ossimoro dato dalla contrapposizione tra il significato del nome della suora nella sua accezione comune di assenza di colorazione, e quindi per analogia di biancore, e invece la presumibile (se bene con alcune eccezioni - lo dico per i puristi che di solito frequentano queste pagine) tinta scura dell’abito monastico che la nostra “vecchina” indossa (anche qui la mia fervida immaginazione di bestemmiatore impenitente non può che scattare per edulcorare la scena e riportare il mio proverbiale livore a livelli accettabili).

Quanto detto vale per un’approssimativa analisi linguistica della frase in questione.

Vorrei essere altrettanto analitico e presuntuosamente competente per quel che riguarda il concetto veicolato dalla stessa formulazione di termini e ancor più esegetico per dissezionare il sistema ideologico che queste poche parole sottendono. Mi piacerebbe capire come mai la dolce suorina, forte, granitica e costante (e qui forse c’è del sovraumano e non in altro) nel stare vicino a un corpo inerme e martoriato, abbia notato questo flebile barlume e anelito di vita, ma sembri invece non aver visto (o almeno non ce ne parla)  il fetore della morte, il rumore del dolore straziante, immenso e divino (perché davvero creatore) di un padre che ha continuato in tutto, per tutto, contro tutto e con ferite che io e lei non possiamo nemmeno pensare ed immaginare, ad amare una figlia.

Vorrei capire questo ma non ci riesco. Mi appello alla razionalità e penso agli oltranzisti religiosi e ai loro emissari politici, poco interessati ai vivi e molto ai morti per segnare delle linee di confine dietro le quali continuare ad essere inattaccabili. Alla loro arroganza sul controllo dei nostri corpi, dei nostri impulsi e passioni. Al loro continuo foraggiare la superstizione, perché solo nell’ignoranza e nella frammentazione riescono a proliferare.

Penso a tutto questo e all’improvviso torno a pensare a Suor Albina. Nella sua celletta, la sera, con un rosario in mano che prega per Eluana ovunque lei ritenga sia andata a finire e che poco prima di cadere nel sonno della litania liturgica che l’accompagna, inconsapevolmente sorride e ha chiara ed inossidabile dentro di se la convinzione che ciò che è stato fatto, è stato fatto, con dolore e amore, solo da chi in quel momento poteva permettersi di parlare e fare qualcosa. Un padre. Non quello in cui crede lei, ma quello in cui credeva Eluana. Padre e figlio e spirito santo. Uno e trino. La loro volontà è stata fatta. Questa è l’unica cosa che conta.

Paolo

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Nov 30

Stéphanie Le Bars fa una buona domanda:

L’islam est-il compatible avec les sociétés européennes ? Peut-il devenir un élément des identités nationales qui ont forgé le continent ?

Gli Svizzeri dicono di no, da noi vorrebbero dir di no e rialnciano in modi grottescamente inquietanti. Nel mentre la Chiesa Cattolica si lamenta di una tale xenofoba risposta, volendo rimaner sempre in amicizia cordiale con la minoranza islamica - assaporando “minoranza” con voluttà - e rimanendo sempre della convinzione che:

Bisogna anche saper tirare fuori le unghie, ma senza far troppo del male.

Tornando alla domanda della Le Bars, credo che bisognerebbe riformularla prendendo in considerazione il fatto che l’islam ha - sia per opposizione sia per contaminazione reciproca -  contribuito e contribuisce di fatto all’identità nazionale delle società europee.

Partire da questo riconoscimento di un’intersettività culturale - passatemela questa - che lega profondamente l’Europa all’Islam - inteso sia come religione sia e sopratutto come realtà culturale - è probabilmente l’inizio migliore quando si tratta di domandarsi come si costituisce o si forma un’identità nazionale. Insomma raccontare la storia sin dall’inizio e con tutti gli elementi al loro posto potrebbe farci sembrare un minareto in svizzera una cosa non così aliena quanto invece passa credendo a certe lingue d’oggi.

Ma oltre a ciò la Le Bars mette in evidenza un altro problema fondamentale nel rapporto con la seconda religione d’Europa. Il fatto cioè che quest’ultima si scontri non tanto con quella cristiana quanto con la frammentata realtà secolare e laica del nostro continente. Qui è il nocciolo della questione, non tanto nei rapporti più o meno istituzionali fra le due religioni monoteiste, se fosse così probabilmente non starei scrivendo ora. Lo scontro si anima invece fra una religione islamica, proveniete da un ambiente sociale e politico lontano dalla secolarizzazione, e una realtà come quella europea che invece non ha un’omogeneità condivisa nell’interpretare la secolarizzazione. Nel nostro continente vi sono zone in cui gli islamici hanno la possibiltà d’integrarsi grazie alla costituita presenza di uno spazio neutro, laico. In altri contesti invece tale spazio è più debole e si preferisce il muro contro muro della ghettizzazione, rispolverando un attaccamento di maniera e pieno di zelo ai volori cristiani che maschera delle più profonde differenze economiche e sociali tipiche del contrasto fra il più o meno ricco autoctono e il più o meno povero migrante - oggi si chiamono così gli stranieri.

Nella storia che vogliamo raccontare a noi stessi, in quanto cittadini d’Europa, e a tutti coloro che stanno all’uscio, bisogna decidere da quali radici incominciare e soprattutto quali fantasmi e incubi del passato cancellare. Altrimenti nel finale si vedrà qualcosa di molto più doloroso delle unghie.

Lyndon

intersettiva.it