Gen 27

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Rachel Donadio scrive un interessante articolo sul popolo da cui prende il cognome. Le sue parole, con operativa lucidità, mettono il dito nelle nostre piaghe più infette: il nepotismo feudale; l’abitudine fatalista ad accettare le cose così come stanno, perché dopotutto non si può che andare sempre peggio; l’anestetico del perdono, id est: tanto alla fine posso chiedere scusa ed è tutto dimenticato; la sofisticata capacità di rendere reale l’immagine o di realizzare la finzione. Poi, ovviamente, la nostra allergia a dare ragione, a dare conto se vi garba di più, delle nostre azioni.

And there is no word in Italian for accountability. The closest is “responsibilità” — responsibility — which lacks the concept that actions can carry consequences.

Di primo achito si viene presi, a leggere di questa nostra mancanza, dalla solita amara consapevolezza - figlia pure di un’esterofilia che ci si inocula per non guardarci troppo in faccia - del nostro degrado e declino inevitabili. Si viene presi dallo sconforto e si pensa alle dichiarazioni e alle azioni nostrane sparate alla rinfusa senza alcuna “accountability”.

Poi però si rilegge con più attenzione e si va oltre il velo di una lingua che per quanto internazionale è straniera e non può avere l’immediatezza della nostra. E dopo aver sorriso per quella ‘a’ trasformata in ‘i’, e aver dato un’occhiata fuggevole alle infinite permutazioni, ci si avvede del fatto che - cazzo! - ha detto o non ha scritto accountability? E mica è una parola loro quella, proprio per niente. I Sassoni d’Inghilterra - come amava definirli Borges - se la sono presa dai Normanni e questi ultimi dai Latini.

Insomma immaginate che qualcuno venga a casa vostra, vi prenda il mobile radio che tanto vi ricorda vostro nonno, se lo porti via e poi, dopo qualche tempo, vi capiti d’andare a visitare una casa oltreoceano e vi ritroviate quello stesso mobile, forse un poco cambiato ma non poi così tanto, e il proprietario vi dica, con malcelato stupore: “Certo che da voi mobili radio così non ne fanno più.”

E voi all’inizio dite di sì con rimpianto, poi vi ricordate di vostro nonno, di quando ci ascoltava le telecronache in perfetto e algido italiano accanto al mobile radio e dite: “e no cazzone di uno yankee, quel mobile radio è mio!”

Allora lo scippo con destrezza, la truffaldina ribalderia s’aggiunge al malcontento. Non solo l’allergia a dare conto delle proprie azioni, anche il sentirsi rimbrottare da coloro che per esprimere questo dare conto di hanno rubato le nostre stesse parole, il nostro mondo.

Un mondo che noi abbiamo dimenticato. Questa è dunque la nostra colpa. Non si tratta di questioni di traduzione, si tratta di non ricordare più come si vive tenendo conto delle conseguenze. Si tratta di non essere più in grado di raccontare, imbambolati da favole di bassa lega che ci evitano di guardare gli incubi che produciamo.

E pure una flebile eco suona da accountability. Un suono lieve, a cui certamente manca poco per morire ma che almeno può dare ancora la forza a chi sa ascoltarlo di ridere delle nostre finte realtà, delle dita straniere che si ficcano nelle nostre piaghe perché è grazie a una parte di noi che ancora riescono a vederle. Consci del fatto che di fronte al baratro ridere è l’unico modo per non sentire dolore.

Lyndon

P.S. Ma poi chi diavolo ha detto che “responsabilità” sia una parola in cui debba mancare il concetto che le azioni possono avere delle conseguenze?

 

Set 04

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A tutti gli atei si comunica una notizia strabiliante:

Se a Umberto Bossi si propone la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazioni si può affermare con certezza che non si ha più alcun bisogno di Dio per raccontarci come è nato l’universo.

Bisogna crederci, lo dice il Corriere della Sera, che fra il turbinio del sesso veneziano e delle notizie dal mondo politico italico - ormai allettante quanto un film porno visto e rivisto - ci dice che Stephen Hawking dà per buona ormai l’ipotesi di un universo autogeneratosi secondo una necessità intrinseca alle leggi della Fisica. Insomma, la storia non poteva che andare nel modo in cui è andata. Per usare le parole di Galilei nemmeno Dio può far sì che il fatto non sia fatto. E ciò vale sia per i meriti accademici di Bossi che per le ipotesi atee di genesi dell’universo.

Le due notizie apparentemente inconciliabili - e da un punto di vista logico e da un punto di vista umano - sono da ritenersi una vera manna dal cielo - l’espressione non ha alcuna tensione mistica s’intende - per tutti coloro che da sempre credono nell’assenza di disegni divini o di provvidenze amorevoli. Pensiamoci bene, nessuno scenario che abbia come fondamento tali entità regolatrici potrebbe ammettere la presenza della laurea a Umberto Bossi senza cadere in una spiacevole contraddizione. Nessuna inttelligenza divina permetterebbe che le si facesse l’affronto così grave di veder laureato il Signor Umberto Bossi.

Il problema però è che con l’inevitabile necessità e la cieca meccanicità del cosmo non solo si mette in cantina l’idea di Dio creatore - mantenendo al massimo per gli irriducibili l’ipotesi dell’esistenza di un Dio epicureo che se ne sta per fatti suoi senza far danno a nessuno - ma si afferma anche che la laurea a Umberto Bossi - ed eventi simili - è inserita in un cieco destino, in un progetto autogeneratosi che non potremmo mai cambiare.

Sinceramente, preferirei potermela prendere con qualcuno se certe cose accadono. E visto che gli uomini si defilano sempre in questi casi, dio sarebbe stato un ottima via di fuga per le mie frustrazioni.

Ma tant’è, per poter affermare che Dio non è necessario dobbiamo tenerci Bossi dottore e assumersi la responsabilità di aver fatto di tutto perché le cose andassero nel modo in cui non avrebbero potuto che andare.

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Lyndon

Mag 11

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Il lutto questa volta - per un semplice caso - lo si dovrebbe portare per la morte, ennesima e reiterata, del diritto e della civiltà - nel senso di saper vivere insieme ad altri esseri umani, trattandoli da esseri umani.

I colpevoli saranno puniti, solo se saranno accertate delle responsabilità. E questo è come accanirsi su un cadavere.

Il ragazzo pestato dopo Roma-Inter non è stato riconosciuto in quanto cittadino della Repubblica. E’ stato identificato, con tremenda superficialità se non con orribile cattiveria, come un pericoloso individuo, alias: un ultrà! Gente che fa cose del genere.

Non servono i documenti, basta una presunta occhiata storta per identificare un idividuo. Anzi per scioglere l’individuo in uno scatolone di pregiudizio e non vedere più l’umano ma solo l’odio che fa venir la bava alla bocca.

Morale della favola:

Camminiamo chini, a testa bassa, al collo abbiamo le corde pesanti di Nostra Signora Violenza. Lei ci sta sempre accanto e ha i volti più disparati. S’annida ovunque e sa che la serviremo anche se dovessimo aver l’ardire di sciogliere la corda che ci stringe il collo.

Lei vincerà sempre finché saremo divisi in due sole categorie:

vittime e carnefici.

Lyndon

Mar 09

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Ai cattolici la confessione viene insegnata e descritta come un atto di rinascita. Vengono chiamate in causa immagini e sensazioni di un vero e proprio lavaggio dalle impurità. Nel confessore il cattolico trova l’abbraccio caldo del perdono divino e cancella il proprio senso di colpa, si monda dai peccati e non ci pensa più.

Oltre alla macchia, anzi insieme ad essa, in realtà la confessione lava via la responsabilità delle scelte compiute. Gli uomini che chiedono il perdono e che ottengono il perdono rinascono come bambini senza peccato ma anche senza responsabilità e coscienza degli errori commessi.

L’oscurità del peccato viene sciolta nell’assoluzione divina e quindi si pretende che perdonare voglia dire dimenticare.

La confessione toglie il peso delle brutte azioni, controlla che tipo di brutte azioni vengono compiute in modo puntuale e dettagliato e, soprattutto, crea coscienze a responsabilità limitata, legandole in un costrittivo vincolo paternalistico, bloccandone la crescita e condannandole a un costante stato da infanti - nel senso di incapaci di parlare quindi di essere adulti.

Al di là di queste caratteristiche di imperio, la confessione è ultimamente tornata di moda anche per il vertice della Chiesa di Roma. Il perdono e le scuse, in questo caso, non vengono però richieste sommessamente e a capo chino in un oscuro confessionale, sotto lo sguardo a un tempo grave e accondiscendente del confessore. In questo caso le scuse sono gridate con orgoglio e protervia in un classico della tattica: attaccare per difendersi.

E sembrerebbe che gli offesi, coloro che sono stati toccati dalle conseguenze dei peccati per cui si procalma il perdono, debbano incassare le scuse e ringraziare il cielo per la magnanimità di un gesto tutt’altro che dovuto.

Gli uomini bruciati, umiliati e trucidati devono accettare le scuse. I bambini distrutti e condannati all’oscurità per sempre devono ritenersi fortunati: la Chiesa si scusa con loro!

Soprattutto, i peccati che prima si volevan nascondere ora sono semplicemente cancellati. Obliati da un tribunale divino in cui il peccatore è confessore di se stesso e assolutore dei propri peccati.

Ancora più pericolosamente questo tipo di scuse cancella le responsabilità delle azioni compiute dalla Chiesa,  che rinasce, con un trucco da teatro, candida e monda dai suoi peccati ma che, a differenza del resto degli umili e mortali questuanti di perdono, conserva un uso della parola tutt’altro che infantile, anzi, verrebbe da pensare a una lingua doppia e bifurcuta.

Una lingua a cui però ricorderei:

Excusatio non petita!

Lyndon

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