Rachel Donadio scrive un interessante articolo sul popolo da cui prende il cognome. Le sue parole, con operativa lucidità, mettono il dito nelle nostre piaghe più infette: il nepotismo feudale; l’abitudine fatalista ad accettare le cose così come stanno, perché dopotutto non si può che andare sempre peggio; l’anestetico del perdono, id est: tanto alla fine posso chiedere scusa ed è tutto dimenticato; la sofisticata capacità di rendere reale l’immagine o di realizzare la finzione. Poi, ovviamente, la nostra allergia a dare ragione, a dare conto se vi garba di più, delle nostre azioni.
And there is no word in Italian for accountability. The closest is “responsibilità” — responsibility — which lacks the concept that actions can carry consequences.
Di primo achito si viene presi, a leggere di questa nostra mancanza, dalla solita amara consapevolezza - figlia pure di un’esterofilia che ci si inocula per non guardarci troppo in faccia - del nostro degrado e declino inevitabili. Si viene presi dallo sconforto e si pensa alle dichiarazioni e alle azioni nostrane sparate alla rinfusa senza alcuna “accountability”.
Poi però si rilegge con più attenzione e si va oltre il velo di una lingua che per quanto internazionale è straniera e non può avere l’immediatezza della nostra. E dopo aver sorriso per quella ‘a’ trasformata in ‘i’, e aver dato un’occhiata fuggevole alle infinite permutazioni, ci si avvede del fatto che - cazzo! - ha detto o non ha scritto accountability? E mica è una parola loro quella, proprio per niente. I Sassoni d’Inghilterra - come amava definirli Borges - se la sono presa dai Normanni e questi ultimi dai Latini.
Insomma immaginate che qualcuno venga a casa vostra, vi prenda il mobile radio che tanto vi ricorda vostro nonno, se lo porti via e poi, dopo qualche tempo, vi capiti d’andare a visitare una casa oltreoceano e vi ritroviate quello stesso mobile, forse un poco cambiato ma non poi così tanto, e il proprietario vi dica, con malcelato stupore: “Certo che da voi mobili radio così non ne fanno più.”
E voi all’inizio dite di sì con rimpianto, poi vi ricordate di vostro nonno, di quando ci ascoltava le telecronache in perfetto e algido italiano accanto al mobile radio e dite: “e no cazzone di uno yankee, quel mobile radio è mio!”
Allora lo scippo con destrezza, la truffaldina ribalderia s’aggiunge al malcontento. Non solo l’allergia a dare conto delle proprie azioni, anche il sentirsi rimbrottare da coloro che per esprimere questo dare conto di hanno rubato le nostre stesse parole, il nostro mondo.
Un mondo che noi abbiamo dimenticato. Questa è dunque la nostra colpa. Non si tratta di questioni di traduzione, si tratta di non ricordare più come si vive tenendo conto delle conseguenze. Si tratta di non essere più in grado di raccontare, imbambolati da favole di bassa lega che ci evitano di guardare gli incubi che produciamo.
E pure una flebile eco suona da accountability. Un suono lieve, a cui certamente manca poco per morire ma che almeno può dare ancora la forza a chi sa ascoltarlo di ridere delle nostre finte realtà, delle dita straniere che si ficcano nelle nostre piaghe perché è grazie a una parte di noi che ancora riescono a vederle. Consci del fatto che di fronte al baratro ridere è l’unico modo per non sentire dolore.
Lyndon
P.S. Ma poi chi diavolo ha detto che “responsabilità” sia una parola in cui debba mancare il concetto che le azioni possono avere delle conseguenze?




