Feb 08

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Sui corpi di quattro bambini e nel silenzio che la morte provoca – anche quando si tratta di reietti – chi ha qualcosa da dire sull’argomento “Rom?” urla per rubare quanta più attenzione sia possibile. La prossima settimana Roma avrà digerito le ceneri umane sacrificate alla nostra vile indifferenza e la carta e il fiato di circostanza, quindi bisogna affrettarsi e cercare d’imprimere nella memoria labile e volubile le parole d’ordine: accoglienza sostenibile, veglia di preghiera, lutto cittadino, regole precise, decoro, degrado, bonifica delle coscienze.

Parole d’ordine, in sequenza casuale, che cito dalle dichiarazioni di Alemanno e da quelle della Comunità di Sant’Egidio.

Mi sembrano avvoltoi che in alto girano in cerchi, fin quando non vedono la preda abbattuta, lo squarcio nel continuum televisivo in cui infilarsi per gridare forte ciò che nei giri ad alta quota nessuno udiva.

E allora il cattolico, l’amico dei poveri e dei deboli, afferra questa occasione e invita a pregare affinché i Rom abbiano una casa dignitosa, abbiano la possibilità d’integrarsi, insomma che si preghi affinché questi fratelli minori abbiano un poco della nostra ricchezza. Perché sì certo diamo loro una casa ma popolare, accogliamoli nelle nostre scuole ma fino a che punto? Quello d’avere la possibilità di frequentare i licei del centro? Di condividere il banco di scuola con il figlio dell’avvocato o del professore?

Fino a che punto s’innalzerà la preghiera dei fedeli che si riuniranno domani a Santa Maria in Trastevere (sic)? Quanto sono aperte le braccia dei cattolici? Sarebbero altrettanto accoglienti se questi fratelli minori fossero di religione musulmana o, per assurdo, atei?

Del resto non si può certo impiegare tutta la preghiera per i Rom, bisogna pensare anche ad altre faccende. Sarebbe già un ottimo risultato se si riuscisse a sistemarli in borgata, in un bel falanstero di cemento armato, a chiuderli in un pacchetto di periferia dove non correrebbero più il rischio di bruciare vivi ma condurrebbero una vita dignitosa, igienicamente decorosa, non sarebbero più costretti a vivere nei fossi o sotto i ponti; magari (chi sa?) non dovremmo più vederli fare le elemosina, rubacchiare sui mezzi pubblici e vivere d’espedienti.

In realtà ho l’impressione che, costruita una casa e un quartiere per loro, semplicemente non li vedremmo più, non esisterebbero più, gettati ad ingrassare la massa informe di consumatori da discount e da outlet, dimenticati in un lontano sobborgo e dimentichi di loro stessi, affabulati dal sogno di una casa dignitosa e di un’igiene decorosa.

Ma sì, grazie cattolico! Trasformiamo i bambini Rom da corpi abbruciabili dalla forma umana in perfetti cittadini di periferia, impreziositi da una spolverata di borghesia, una passata di libertà, tanta solitudine e tanto vuoto nella testa. Trasformiamoli in quei ragazzi annoiati e affascinati dalla delinquenza, titillati dalla violenza perché unica alternativa all’inedia costante. Certo, mi pare il massimo che si possa ottenere da una preghiera.

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Il postfascista, ripulito dal lustro decadente delle Istituzioni repubblicane d’Italia, è invece più pragmatico, è uomo d’azione che non s’affida alle preghiere o almeno non per i Rom. Per lui il messaggio deve essere chiaro: a Roma per i Rom solo campi d’accoglienza. Nessuna periferia o casa popolare li potrà mai aspettare, altrimenti si rischia di fare dell’Urbs Aeterna una specie di Eurodisney dello zingaro.

E’ un punto di vista interessante dopotutto. Se, infatti, si desse una casa ai Rom quanti ne verrebbero poi a reclamare un posto nel falanstero? Ne saremmo sommersi e non basterebbero più le periferie per tenerli lontani dal centro. Molto meglio ostracizzarli in campi fuori dal GRA, igienicamente decorosi e sicuri questi campi, s’intende, ma che campi siano, si tratta di Rom, a loro piace fare campeggio. Poi, quanto all’integrazione, li mandiamo a scuola quel tanto che basta, l’importante però è tenerli lontano da noi e punirli quando s’avvicinano troppo, quasi a ricordar loro che il passato è sempre dietro l’angolo.

Ora, che differenza c’è fra la preghiera del cattolico e il pragmatismo del postfascista? Meglio: tra l’amore per i Rom e l’odio per i Rom?

In entrambi i casi i Rom rimangono Rom. Che siano amati come dei fratelli minori od odiati come inferiori, non avranno mai le nostre stesse possibilità, non saranno cittadini di questo Stato come noi. E questo “noi”, sia chiaro, non si riferisce a tutti gli Italiani, si riferisce a quegli Italiani che hanno avuto accesso a un certo tipo di formazione, che hanno avuto accesso a frequentazioni per bene, insomma a quegli Italiani che vivono al centro di questo Paese, ricoprendo diversi ruoli e ricevendone in cambio diverse ricchezze. Il “noi” non si riferisce a coloro che invece abitano la periferia di questo Paese, che non hanno avuto la possibilità neanche di annusare di lontano certe idee e che sono quindi poco per bene, volgari, rozzi, impresentabili.

Potremo dunque fare in modo che i Rom non abbrucino più nelle baracche ma non potremo mai far sì che arrivino ad abitare il nostro centro, perché siamo già in troppi e stretti e scontenti. L’unico modo con cui i Rom – o tutti coloro che siano relegati in periferia –  potranno arrivare al centro è buttarci fuori.

Per questo non c’è nessuna dignità, nessun decoro né per i morti né per i vivi.

Lyndon

Mar 02

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Leggendo questo intervento di Valerio Magrelli su Nazione indiana ci è venuta in mente una proposta: perché non costruire una mappa della geografia pasoliniana?

Riportiamo di seguito il punto III dell”intervento che riteniamo sia quello più significativo e possa costituire un valido “canovaccio” da cui partire:

“Sono davanti a una dozzina di libri su Pasolini, nel tentativo di illustrare il senso del suo rapporto con Roma, tanto determinante per la sua opera letteraria e cinematografica. Film come Accattone, Mamma Roma o La ricotta, romanzi come Ragazzi di vita o Una vita violenta, cicli poetici come le Ceneri di Gramsci, formano infatti un’unica costellazione figurativa e linguistica. Eppure non è facile provare a chiarire il profondo legame che unì lo scrittore del Nord alla capitale, dove si trasferì verso il 1950. Infatti il poeta di Monteverde, il leggendario insegnante di Ciampino, è in realtà lo stesso autore che seppe aderire come pochi altri sia alla struggente bellezza dell’Italia triveneta (con L’usignolo di Casarsa), sia al fascino di un “Altrove” intercontinentale (grazie ai grandi reportage asiatici e africani).

Per quanto riguarda il primo caso, basti ricordare come Casarsa e la sua provincia facciano tutt’uno con la prima fase della sua produzione. Eppure, caso davvero raro nella letteratura italiana, proprio il cantore della piccola patria friulana seppe aprirsi come pochi al richiamo di altre culture. Basti pensare al suo cinema, con l’Inghilterra dei Racconti di Canterbury o la Tanzania, il Kenya, l’Uganda di Appunti per un’Orestiade africana, luoghi a cui deve aggiungersi, sul piano della saggistica, un testo illuminante quale L’odore dell’India. Come è stato notato, alla base di queste scoperte stavano da un lato l’inquietudine per “l’universo orrendo” del neocapitalismo italiano, dall’altro l’ansia di visitare paesi che accogliessero, ancora incontaminati, natura, arcaismo, povertà, eros. Ebbene, l’amore di Pasolini per Roma dev’essere appunto inserito all’interno di questa fortissima polarità fra localismo e cosmopolitismo, ripiegamento contadino e curiosità etnografica.

L’acuminata sensibilità di questo autore per i paesaggi geografici e, antropologici trova così nella nostra capitale il punto mediano fra i due estremi della sua parabola espressiva. La borgata, cioè, si configura come uno spazio incerto e mutante, sempre sul punto di trasformarsi in realtà mitica. Non per niente, il desolato gruppo di baracche da cui proviene il protagonista nel romanzo Una vita violenta, fra l’Aniene e il quartiere Tiburtino, è soprannominato “la piccola Shangai”. Non per niente, prima di tuffarsi nel Tevere, l’eroe del film Accattone viene paragonato a un faraone egizio. Posta all’incrocio fra classicità e industrializzazione, arcaismo e modernità, Roma fu dunque un luogo in cui rievocare un altrove struggente, tradito, perduto, o forse soltanto sognato.”

L’idea potrebbe essere quella di costruire una cosa del genere mappando i luoghi della vita e delle opere di Pasolini.

E sarebbe un’idea da contrapporre alla fastidiosa e viscida sorte che Pasolini ha fra i nostri concittadini. Una sorte che non solo lo vede oggetto di riprobazione, odio, astio e avversità da parte di tutti coloro lo abbiano ritenuto un nemico, un avversario, un uomo da combattere. Magari fosse soltanto questo. Sarebbe onesto quanto meno.

Purtroppo la sorte riserva a Pasolini tiri infingardi, segnati da un ghigno amaro che nasconde il propro livore. Un ghigno che ha il volto del “noto bibliofilo” Dell’Utri, che ci assicura dell’inquietante valore della penna pasoliniana.

Ma quanto “inquietante” dalla bocca di Dell’Utri esce come svuotato di ogni suo condiviso significato e si ammischia al ghigno di chi si può permettere di elogiare falsamente il nemico, consapevole del proprio potere sulla coscienza degli umani d’italica provenienza.

Alessandro & Lyndon

Feb 12

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Sospensione dal tempo calendarizzato:

Nevica, nevica e non ho più fretta di finire il giorno!

Sono lento insieme ai fiocchi, cadiamo piano

dondola e prendi tempo, scivoliamo.

Quando usciremo da qui non sarà più notte nera

ma bianca, leggera

e la luce non smetterà di cadere.

                                                                                       Roma e neve

Lyndon

Nov 12

Il Colosseo, la sua arena, il sangue e il sudore, le belve e gli uomini, le lotte e la morte, gli applausi e il pollice del Cesare. Tutto questo, svuotato di ogni immagine di quelle storie edificanti dell’Impero, di quelle che inorgogliscono ancora - in un profondo angolo delle viscere - chi di noi abita questa città, Roma; tutto questo è il mondo visto dalla gabbia del mio Paese.

La violenza, il sopruso e la prepotenza, la greve e crassa ignoranza  dello spettacolo della morte, la schiavitù di chi lotta, di chi giudica e sbraita e urla dalle balconate. Sono ancora immagini che mi balenano dietro le parole dell’ennesima carneficina.

Allora la spavalderia del gladiatore rassegnato alla morte sembra essere l’unica cosa da dire, forse perché inventata o immaginata è ancora più vera.

Chi sta per morire ti saluta. Chi sta per cadere sotto la mannaia cieca del potere saluta e se ne va, in atto teatrale come è costume usuale. Se ne va ed educatamente fa un cenno di commiato in stile da spaccone.

E mi sento ora di urlare forte che gran parte di me sta per morire e vi saluta Cesari!

Lyndon

intersettiva.it