Nov 17

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Devo dire di essere in disaccordo con le considerazioni espresse da Lyndon nel post precedente, o almeno con le sue conclusioni. E così è anche per il successivo commento di S.Patrizio, freschissimo e che leggo proprio mentre scrivo (riesco, con mia sorpresa, a fare le due cose in simultanea ma non so con quali risultati). Mentre, per altri versi, i ragionamenti del Santo mi vedono concorde, come sempre. Ma questo vale anche per l’impianto della riflessione di Lyndon, come è ovvio condividendo noi tutti questo piccolo spazio espressivo. I motivi sono molteplici e non tutti interessanti. Parto dai più semplici.

La narrazione artefatta e poco spontanea di Saviano di solito non attira molto la mia attenzione,  ritmi e appigli che la caratterizzano non sono poi così lontani da quelli di una fiction e  vendite e tipologia di acquirente di Gomorra starebbero a dimostrare che, più o meno, l’attenzione e la curiosità con cui vengono letti i suoi crudi passaggi sono le stesse di quelle tributate dai più alla lettura di rotocalchi scandalistici come “Visto” e “Chi”. Ovviamente la colpa non è in alcun modo ascrivibile allo scrittore ma, come dato, sembra emergere l’esistenza di un genere, di cui egli è suo malgrado rappresentante di spicco, il quale abbia bisogno di una serie solida e schematica di topos per essere efficace, così come qualsiasi altro genere narrativo. E parlando di denuncia e attualità politica, la cosa non può che essere foriera di ulteriori considerazioni. Tutte negative. Chi ascolta un resoconto di Saviano è attratto dalla perizia, dalla crudezza con cui vengono raccontate nefandezze, atrocità, il consolidamento del potere e delle ricchezze. Mediamente i “valori” veicolati, anche se visti e decodificati in chiave diametralmente opposta, sono gli stessi di quelli che costituiscono l’ossatura portante dell’attuale governo, del culto della personalità berlusconiano, ma anche, ahimè (e non riesco a trovare motivi per non interpretarla così) dell’intera realtà culturale, politica e civile del popolo italiano. Il successo, il potere, la violenza, i corpi turgidi femminili e talvolta maschili come pietre miliari, tasselli, occulti o meno, perseguiti o combattuti (con volontà o a livello inconscio in ambo i casi) sono riscontrabili in entrambi i paradigmi che sembrano fronteggiarsi in questo momento nella nostra nazione. Ma il problema sta tutto in quel “sembrano”. L’occhio voyeur della massa mediocre televisiva guarda le cose con il medesimo approccio e  la questione non è allora puramente stilistica, considerando che il modo in cui si espongono o raccontano le storie e quali storie e racconti gli altri stiano mediamente a sentire è, a mio avviso, una cartina tornasole estremamente affidabile della condizione di salute culturale e civile di un popolo. Poco interessante mi pare a quel punto la consueta giustificazione che “Saviano scrive per far capire alla Gente” (si, proprio quella con la G maiuscola, spesso disinteressata e atarassica se nessuno la stimola a vedere dove altri non vogliono si guardi), proprio perché quella è la stessa gente che, in forza alla propria mediocrità,  cinque minuti dopo essersi commossa per “la storia del ragazzo che vive sotto scorta perché ha sfidato la camorra” può tranquillamente cambiare idea se chi in quel momento gli parla è così bravo e convincente da toccare le corde giuste. Il punto è: siete sicuri di voler convincere questo pubblico?

L’informazione, è ovvio oltre ogni dubbio, in Italia non ha più fruitori, ma solo consumatori.

Lo sa bene Bersani ospite di Fazio (e non potrebbe essere diversamente giacché “La Coop sei tu, chi può darti, chi può darti di più?). Lo sa  altrettanto bene Mentana e il suo TG “on demand”. Conosce i gusti informativi del suo pubblico come quelli del suo gelato preferito: “Siete stanchi di sentir parlare di un litigio finito male tra cugini in apertura a tutti i notiziari? Allora noi vi parleremo prima della politica nazionale e poi del perché gli altri vi parlano tanto di una lite tra cugini finita male, parlandovi anche un po’ di una lite tra cugini finita male (che a me il gusto pistacchio non piace, ma poi arriva sempre il solito stronzo al bancone che  te lo chiede…). Il consumatore chiede e viene amorevolmente ricompensato dal suo commerciante di idee.

E non sto dicendo che il folle attacco condotto da Maroni, da una carica istituzionale, descritto da Lyndon sia cosa da far passare sotto silenzio. E infatti anche Lyndon parla di reazione biliosa di Maroni davanti all’arena televisiva, perché pesa di più la brutta figura davanti al proprio pubblico piuttosto che le accuse mosse. Ma il punto è che anche al pubblico (altrimenti le cose cambierebbero davvero) interessa più la reazione di Maroni piuttosto che la verifica o la smentita delle accuse formulate. Il pubblico ride di Cetto La Qualunque e il pubblico vota Cetto La Qualunque. Tutto il pubblico. Di destra e di sinistra. Perché i Cetto La Qualunque sono davvero bipartisan. Dobbiamo farci i conti con questa cosa.

Voglio dire che attualmente in Italia per la quasi totalità delle persone, mi ci metto in mezzo se ciò riesce a dare più chiarezza alla cosa (e perché, nonostante i nostri sforzi, siamo tutti già più vittime del meccanismo di quanto non ci piaccia ammettere) è possibile simpatizzare, senza troppa fatica, per il ragazzo dagli occhi buoni che ci ha disvelato una volta di più gli orrori della criminalità organizzata (ma non ci sentiamo già idioti per una tale considerazione?) e cinque minuti dopo per un altro ragazzo figlio di camorrista che cerca il riscatto tra le mura di un reality show. Gli occhi che guardano sono gli stessi. Quando si arriva sul bordo del baratro si deve avere il coraggio di guardarci dentro e non di pensare che, quando eravamo due metri più indietro, il rischio di cadere era minore. Quello che dico è che, tutto sommato, meglio culi e tette se il nemico è solamente uno a cui quella sera non andava di vedere culi e tette.

Paolo

Nov 16

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Il ministro Maroni non manca di dare realtà alla frase di Cetto La Qualunque: “Io sono la realtà, voi siete la fiction“.

Chiede il diritto di replica, Maroni. E pure in bocca al Ministro dell’Interno questo diritto sembra piuttosto la stizzita e rabbiosa risposta del potere che si vede attaccato e che non può rispondere con l’ultima parola, l’ultimo colpo, di fronte al pubblico, come è stato abituato a fare.

Nella biliosa reazione di Maroni c’è la sopresa del vilipendio non c’è nulla che abbia a che fare con il diritto. Se, infatti, nel diritto si muovesse il famoso tastierista verde, avrebbe le armi della querela per difendersi, la legge appunto.

Ma non è questo che interessa a Maroni. Niente affatto, ciò che gli preme è di salvare la faccia, sua e del partito, di fronte all’arena televisiva. Avrebbe voluto essere lì, Maroni, guardare negli occhi Saviano e sfidarlo.

Intendiamoci, non credo che la sfida avrebbe avuto un esito gradito alla camicia verde. Saviano infatti ha argomentato la propria tesi citando prima gli atti di un processo e poi le parole dell’ideologo e fondatore della Lega, Gianfranco Miglio.

Cito a memoria quelle parole: “alcune espressioni del Sud vanno costituzionalizzate”.

Ma per Bobo Maroni, il punto non è mai stato questo. Il punto è che avrebbe voluto gridare più forte e non gli è stato permesso. E gli brucia, gli ferisce l’orgolgio di uomo di potere.

La reazione di Maroni incarna in modo esemplare le conseguenze che le organizzazione criminali producuno quando si infiltrano nelle Istituzioni. E non sto parlando di collusione mafiosa, di un reato accertabile e punibile dalla legge. Sto parlando di qualcosa di più viscido e letale: il potere che fonda sulla forza la propria autorità piuttosto che sul diritto. Sto parlando di quel potere che concede favori ai propri schiavi piuttosto che garantire diritti ai proprio cittadini.

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Maroni amplifica così l’eco del monologo di Saviano e vestendo la maschera di Cetto La Qualunque mostra al pubblico  il volto rabbioso del potere, arrogante e superbo.

Lo vedo Bobo, lì nella sua poltrona a rodersi dentro, a produrre bava, quasi fosse un cane idrofobo, di fronte al televisore, scalpitante e furibondo vorrebbe che in studio si riversasse un fiume di manganelli a soffocare le parole di Saviano.

Parole che fanno male a Maroni non soltanto perché tirano in causa il ruolo della Lega nei rapporti con la criminalità organizzata. Fanno male perché ripetono al pubblico che il bene più prezioso che si possiede, ciò che dà la dignita di essere umani è la capacità di scelta.

Scegliere di non sottostare al volere arbitrario del capo di turno.

Scegliere di non sottostare al volere di chi pensa di sapere la verità su noi stessi.

Scegliere Rai Tre piuttosto che Canale 5.

Grazie Bobo, proprio come volevasi dimostrare…

Lyndon

Set 07

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Scandire il tempo e soprattutto quella particolare forma del tempo che è la Storia di una Nazione è cosa assai difficile. Per questo motivo si ricorre spesso a formule tradizionali, autorevoli e comode quel tanto da ottenere un effetto erudito a buon mercato.

La svolta di Mirabello, il manifesto di Fini, la caduta del Berlusconismo, sono interpretati come la fine della breve ma intensa II Repubblica e i primi vaggiti della III dalla deputata del Pdl Chiara Moroni, che dalle pagine del Magazine on-line di FareFuturo ci dice anche che la Destra di Fini darà un contributo importante a questo passaggio epocale che stiamo vivendo.

Con maggiore enfasi e con uno stile più ricamato, anche Massimo Giannini parla della svolta di Mirabello come dell’entrata della Destra italiana nel solco della tradizione conservatrice europea. Cioè: anche noi finalmente abbiamo una destra civile ed europea.

Insomma tutti contenti: Fini è la speranza per la Destra di essere se stessa senza più il cerone forzato di berlusconiano stile, la/e sinistra/e si preparano a vincere le elezioni perché qualcun altro molto probabilmente le perderà - almeno secondo le loro fonti.

Supponiamo per un attimo che davanti a noi si innalzi per davvero il fulgido inizio di una nuova stagione politica, del ritorno delle idee politiche e della militanza sul territorio - cosa che tanto per inciso non ha però mai smesso di fare la Lega. Supponiamo, dunque, che la Repubblica Italiana apra un terzo capitolo. I protagonisti di questa entusiasmante nuova brezza, sono all’altezza del compito che la Storia dovrebbe dar loro?

Prima di rispondere, sarebbe il caso di intenderci su quale sia questo compito e per farlo lascio le tanto amate idee e faccio un esempio, a costo di sembrare ingenuo.

Nella III versione del Bel Paese Repubblicano, i nove colpi esplosi nel Cilento contro il cuore, la gola e la testa del Sindaco di Pollica-Acciaroli, Angelo Vassallo, dovrebbero avere un suono di inaudita novità, di inaccettabile sorpresa e dovrebbero avere immediatamente una risposta concreta e inesorabile. Nel nuovo capitolo della nostra Storia dovremmo scrivere qualcosa che nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di scrivere, qualcosa che renderebbe moderni ed europei tutti noi, non soltanto la Destra di Fini. Dovremmo scrivere che solo la legge e la costituzione determinano la libertà individuale di ognuno di noi, la nostra felicità. Dovremmo scrivere che ogni cittadino è rispettato nella sua dignità civile e politica in sé e non nella misura delle proprie affiliazioni. Dovremmo estirpare il nostro modo di vivere arrangiato, come se la cosa pubblica non fosse altro che un tereno da razziare e conquistare e dove bisogna sempre ingraziarsi il potente di turno per ottenere qualcosa. Dovremmo pretendere di vivere con la dignità di uomini liberi e non dire grazie a chi ci dà lavoro come fosse una concessione, a chi ci dà protezione da se stesso minaccaindo di violenza e sopruso, a di hi ci fa il favore di lasciarci in pace. Dovremmo vivere dando corpo alle nostre idee, rischiando, gettandoci nella mischia in un confronto leale. Dovremmo crescere e lasciare che il peso delle nostre azioni non venga più portato dalla Famiglia, dallo Stato, dalla Chiesa, dal Partito, dal Capo o da qualsiasi altra cosa che non faccia altro che rubarci la libertà cullandoci in un sonnifero stato di perenne adolescenza.

Un nuovo capitolo così dovrebbe iniziare.

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Ora, tornando alla domanda principale, la Destra è pronta per traghettarci verso la III Repubblica?

No.

No, perché dalla I Repubblica non siamo mai usciti e ce lo dice quel sentimento di abituale frustrazione - quando ancora si ha la facoltà di sentirle certe cose -  di fronte alla morte del Sindaco Vassallo (probabilmente ucciso da quei Signori del luogo, infastiditi dal fatto che al nome del Sindaco non è seguito un comportamento altrettanto sottomesso) . No, perché la Destra di Fini, come il resto dell’opposizione, ci appare oggi europea grazie soltanto all’imbarazzante paragone con quella di Berlusconi. E’ facile presentarsi come abili politici quando il confronto è con qualcosa che di politico non ha nulla.  Paragonati all’aziendalismo superficiale e raffazzonato di Berlusconi i fluenti discorsi di Fini ci sembrano incarnare una competenza politica che credevamo sopita sotto le subrette e i sorrisi abbaglianti. In realtà, le dichiarazioni del Presidente della Camera rivendicano un ritorno a una vita istituzionale classicamente determinata nei suoi equilibri più tradizionali, un ritorno a quella pratica e teoria della politica in cui lo stesso Fini è nato e cresciuto. Non dimentichiamoci la contraddizione rappresentata dal passato del leader di una formazione che ha la parola “futuro” nel proprio nome. E non parlo solo delle radici fasciste - che per quanto rinnegate a parole appartengono comunque al popolo di destra di questo Paese forse anche a chi quelle radici non è riuscito a estirpare completamente -  parlo del fatto che lasciamo a un uomo classe ‘52 il compito di disegnare il nostro futuro, di darci una visione di quello che potremmo essere da qui a dieci o vent’anni.

Insomma, siamo realmente sicuri di voler festeggiare la morte di Re Berlusconi inneggiando all’Homo novus Gianfranco Fini? Siamo realmente sicuri che mandato a casa Berlusconi sia la III Repubblica ad aspettarci?

Io ci andrei molto cauto con l’altisonante lessico da Grande Storia della Nazione perché deposto il vecchio Re ne verrà un altro. Ciò che rimane sono i Signorotti del luogo che ci vedono e ci vogliono tutti vassalli delle loro sconfinate terre di conquista.

Lyndon

Lug 16

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Se, come Rodotà fa notare , la legge bavaglio inizia a delinearsi come uno strumento che va ben oltre le leggi ad personam, dipingendo uno scenario che ci coinvolge tutti ma che dobbiamo raccontare - Se come nella foto qui sopra il mare nero è ciò che ci aspetta alla fine del tuffo, ammiccando già nel riflesso la nostra immagine incosciente - Se la nostra attitudine alla libertà è ormai sempre più inconsistente, schiacciata dalla supina accettazione degli eventi: quasi fossero la condanna che vogliamo, che aneliamo inconsapevolmente perché inconsapevolmente stiamo seguendo la decadenza - Se non abbiamo più memoria del passato, alcuna voglia di guardare il futuro e vogliamo intensamente vivere il presente, chi per ricavarne il maggiore godimento possibile, il maggiore guadagno, la maggiore soddisfazione delle proprie voglie e bisogni; chi per riscrivere il passato raccontando storie di un’Italia che non c’è stata per giustificare la paura di cadere più in basso di quanto non siamo già; chi per tornare a odiare, recuperando il nero del secolo scorso che tanta parte ha avuto nella nostra storia e che mai ha avuto la condanna che meritava dal sogno repubblicano - Se andando oltre i nostri labili confini non riusciamo più a vedere una via di fuga, un Eldorado che sia credibile anche solo per la nostra immaginazione - Se l’impressione che ci pervade è quella che dal tuffo non risaliremo in superficie e il mare nero ci inghiottirà…

Allora cliccate la foto qui sopra e guardatela nella sua interezza. Vi accorgerete, in basso a destra, di due teste, una gurada verso l’obiettivo,  entrambe hanno degli occhiali da sole, sembrano starsi a godere l’acqua e quella che è di spalle all’occhio della macchina forse ammira il tuffo. Soprattutto non affondano.

Lyndon

intersettiva.it