Mag 11

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La Binetti esulta. Insieme a lei un sorriso deve farlo anche l’ex ministro Fioroni. Sui titoli dei giornali ci va Maria Stella Gelmini. Credo però che a quest’ultima tocchi maggior gloria mediatica soltanto perché le è capitato di essere l’attuale ministro di turno della pubblica istruzione italiana. Immagino che tutti e tre, da buoni zelanti e pii cristiani, esultino all’unisono. (Questo anche per far riflettere sull’armonia delle sfere del complesso sistema politico nostrano)

La notizia è di quelle a cui siamo abituati.  E’ una notizia che ormai invecchia e diventa noiosa solo a scorrere le prime righe. In sostanza: la religione riassume un ruolo paritario alle altre discipline riconosciute dalla Repubblica nel concedere crediti agli studenti delle scuole pubbliche. E’ vero ci si affretta a dire che ciò varrà solo per quegli studenti che scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione. Per loro, dopotutto, tale disciplina diviene obbligatoria e, dunque, perché non far raccimolar loro crediti grazie allo studio religioso? A dirla così non fa una piega, quasi si stenta a credere che una cosa talmente lineare abbia ricevuto l’opposizione del TAR del Lazio, nonché la denuncia di associazioni laiche e non cattoliche - come si legge nell’articolo di Repubblica on-line. Però nel testo di Salvo Intravaia si omette - chi sa per quale motivo? - di sottolinare che il ragionamento addotto dal Consiglio di Stato non tiene conto del fatto che l’insegnamento della religione nelle nostre scuole è in realtà un catechismo malamente camuffato. Se, infatti, si trattasse di una desciplina che insegni agli alunni ad analizzare la religione in quanto sfaccettato e polimorfo fenomeno antropologico e storico, non vedo quali problemi ci possano essere nel dare a una tale disciplina dei crediti formativi - cioè un valore nel processo di crescita di un cittadino (suona meglio  vero?).

Il fatto è che così le cose non stanno. Lo sanno tutti. Lo sa chi esulta, che sia dotato di potere o che non lo sia. Lo sa chi si oppone a tali storture. Lo sa molto probabilmente il Signor Intravaia.

Ora, per quale motivo un giornalista di Repubblica non debba mettere in evidenza in modo chiaro come ciò che prima ha tentato Fioroni e che oggi riesce alla Gelmini è, nella sua pericolosa trasversalità, l’ennesimo colpo alla laicità della nostra morente Repubblica? Spero che Intravaia abbia remore diverse dal semplice fatto che lo stesso articolo avrebbe potuto avere Fioroni o la Binetti nel titolo e la Gelmini fra i politici citati. Ma, sapete? Ci credo poco che vi siano motivi diversi.

Intanto su un fronte più sostanzioso e succulento la Cei fa sentire la sua voce - e chi sa se alcuni neoeletti Vassalli non si affretteranno ad allinearsi. Il federalismo sembra essere cosa inevitabile anzi ormai per molti auspicabile. Mai come adesso le forze cattoliche hanno la possibilità di rimodellare l’assetto istituzionale del nostro Paese: un’ occasione forse anche più ghiotta dei Patti lateranensi. Si parla di solidarietà, di diritto alla vita e alla sanità, si parla di cittadinanza ai figli degli stranieri. Infine si ricorda di non lasciare indietro i bisognosi in questa corsa a diventare regionali. Tanto lo sappiamo che un’Italia ancor più campanilistica e divisa sarà ancor più debole di fronte all’internazionale e globalizzato mondo cattolico. Lo sappiamo, vero?

In conclusione una bella notizia - intendiamoci bella in relazione alle prime due. Nel profondo Nord-Est si potranno gettare le ceneri al vento dei cari estinti. Ci sono parecchie cose di cui accertarsi prima ma si può fare.

Ah! I miracoli dell’autonomia regionale!

Lyndon

Dic 03

Martine Audry, segretario del PS francese, riflette sulla necessità di riconoscere il profondo legame che unisce l’emergenza ecologica del riscaldamento globale e l’esigenza di costituire un modello alternativo di sviluppo economico e di produzione e gestione dell’energia ispirato a una solidarietà socialista globale.

Le proposte elencate da Madame Audry fanno perno sulla “puissance publique”, destinata a orientare il cambiamento socio-politico a livello mondiale.
Sono parole condivisibili, ragionevoli e con una certa forza persuasiva. Mi viene però da pensare sulla reale efficacia della “puissance publique”.
Se infatti lo sforzo ecologico è – e non può essere altrimenti – misurato in termini globali, tanto che è necessario un’unità d’intenti che coinvolga ricchi e poveri del pianeta, dovremmo intendere la “puissance publique” come una forza che appartiene a tutti i terrestri. Quindi dovremmo pensare di poter riconoscere e condividere uno spazio pubblico in cui gli individui riconosco la propria forza, di cambiamento o conservazione. Non parlo delle Istituzioni, a diversi livelli di influenza, che raggruppano gli Stati del pianeta. Sto parlando di uno spazio che gli abitanti del pianeta riconoscano come dominio di tutti i terrestri. Uno spazio in cui riconoscere esigenze, urgenze, problemi che riguardano tutti i terrestri.

Esiste uno spazio del genere?
Ho dei seri dubbi al riguardo, anzi credo proprio che la risposta sia:
No, spiacente ma non ve n’è traccia.

Si paragona l’atteggiamento miope e idiota dell’economia mondiale a quello di un uomo che per far soldi distrugge la casa dove vive. Ma questa casa che è la Terra, al di là della sua dimensione naturale, ne possiede una sociale, una pubblica? Non credo. Al contrario gli sforzi finora fatti a livello internazionale sono mirati a polverizzare qualsiasi accenno di socialità globale. La forza dirompente della globalizzazione è proprio la distruzione degli spazi pubblici e della condivisione solidale fra gli uomini che in essi si può generare. Il punto migliore messo a segno da chi fa affari oltre confine è stato quello di abolire i confini stessi. Si è detto che in questo modo si è più vicini, si è più liberi. Purtroppo ciò non è così perché la vicinanza e la libertà si misurano sempre in una dimensione relazionale e se al contrario si vive – come di fatto è sempre più chiaro che si viva – in una realtà socialmente esplosa, senza più confini, intesi positivamente come vincoli che producono informazione e differenze e non come mere frontiere doganali, non c’è più alcuno spazio in cui essere liberi e vicini. La globalizzazione intesa come semplice abbattimento dei confini nazionali per favorire gli affari non è nient’altro che l’anticamera di quello Stato di Natura che i teorici dello Stato Assoluto aborrivano tanto. Si vive in una realtà in cui i cittadini sono isole e potenzialmente ogni uomo è lupo per l’altro uomo se non fosse per la forte dose di anestetico che si accompagna alla distruzione della socialità.

Se si pensa alla nascita delle nazioni moderne non si può non riconoscere il ruolo fondamentale delle élite borghesi, provenienti dal mondo mercantile, nel costruire l’identità della nazione – fino ad arrivare agli estremi del secolo scorso. Il lavoro sociale e politico di queste élite è stato quello di creare uno spazio pubblico in cui individui separati da barriere politiche, linguistiche, sociali ed economiche si riconoscessero come uguali, come appartenenti a un’unica entità. Ciò è stato possibile perché a questi individui separati e divisi si è raccontato una storia d’unità e coesione. Una storia che ha creato ovviamente altre differenze e separazioni ma che è comunque riuscita a cementare l’unione e quindi la socialità di milioni d’individui. Milioni di persone che sono morte per mantenere in vita la storia in cui credevano, la storia che essi stessi erano diventati.

L’élite d’allora aveva tutto l’interesse a creare quello spazio pubblico che ha preso il nome di Stato moderno, superando così le divisioni feudali, i balzelli e le dogane infinite. Allo stesso modo si potrebbe dire che oggi i confini statali valgano quelli feudali e che l’élite contemporanea abbia l’interesse per raccontare un’altra storia: quella di uno stato planetario. E quindi si potrebbe argomentare che la stessa élite della globalizzazione finirà per creare una sua “naturale” controparte sociale a livello mondiale. In realtà temo si sia scelta una variante al tema. I confini sono sempre l’obiettivo da abbattere certamente, le comunità nazionali ora pesano anche di più di quelle feudali di un tempo, ma non conviene più sforzarsi per creare uno stato planetario, non ne vale la pena. E’ molto più fruttuoso, utile ed efficace sfruttare ancora quanto di buono hanno le casse degli Stati e per il resto trattare il mondo come un enorme mercato senza regole e pieno d’individui a cui vendere qualsiasi cosa a ogni costo.

In questa prospettiva la “puissance publique” di Madame Audry mi sembra un presupposto irrealizzato e forse irrealizzabile. Fin quando a livello globale non saremo niente altro che consumatori di merce piuttosto che cittadini mondiali, fin quando non avremo diritti e doveri mondiali, non sentiremo realmente la responsabilità delle nostre azioni nei confronti del pianeta, guarderemo solo al nostro angolo mal concio mentre la casa intera va in pezzi sotto i nostri stessi colpi, senza poterci far nulla.

Lyndon

intersettiva.it