Ott 31

Queste sono parole che raccolgono stentatamente le sensazioni che rappresentano. Lo fanno in modo inappropriato perché il più furioso sdegno non è esattamente adatto a descrivere quella oscura e famelica morsa dello stomaco, stretto in un conato inespresso, quando ho letto e sentito della morte di Stefano Cucchi.

Non ho voluto vedere le foto.

Da qualche giorno ho un livido, tra il violaceo e il verdognolo al fianco destro: un pugno. Un pugno dato in palestra, durante un allenamento, un pugno solo un po’ più forte e preciso del solito. Davanti allo specchio guardo questa mia piccola porzione di sangue rappreso, di ematoma leggero e fissandoci sopra lo sguardo vedo il corpo di Stefano Cucchi. Lo vedo come se fosse tutto del colore del livido, come se fosse tutto fra il viola e il verde. Poi mi vengono in mente le fratture, l’occhio cacciato nell’orbita, il viso torturato. Non li ho visti, non ho voluto. Ma tocco un poco il mio livido e provo quel leggero dolore e penso a quello provato da Stefano Cucchi, indeterminatamente più forte, da rendere la morte una sollevante fine.

Penso che al suo posto avrei potuto esserci io, un mio amico, un familiare.

Non vale, non ha senso, dire a me stesso che basta non mettersi nei guai per non fare la stessa fine di Stefano Cucchi. Non basta essere un bravo ragazzo, quello che mi dicono che io sia. Non è sufficiente. Quando è Signora Violenza a viverci accanto e tutta intorno, ininterrottamente, non c’è distinzione fra buoni e cattivi, non sai con esattezza cosa fare per evitarla, la Signora. Se, con suo più assoluto arbitrio, decide di morderti, lo farà senza guardare a cosa tu abbia mai potutto fare.

L’incertezza è il veleno che si spande dopo essere stati trafitti dalla fine di Stefano Cucchi. L’incertezza che, senza legge, costringe ognuno di noi a guardarsi le spalle. L’incertezza che rende ognuno di noi un prelibato pasto per Signora Violenza.

E non parlo solo della sua massima realizzazione: dolore e morte. Parlo della quotidiana angheria che gli individui non protetti dal potere - nelle  sue più variegate forme e immagini - sono costretti a subire in uno stato senza legge.

Queste sono parole che, come ho detto, significano stentatamente. Ma se come me alla notizia della morte di Stefano Cucchi sentivate di volere e di esigere vendetta, se come me desideravate di procurarvela con le vostre stesse mani, passando da parte a parte il cuore degli assassini, allora queste parole le capite e allo stesso tempo capite che siamo i degni figli di Nostra Signora Violenza.

Lyndon

intersettiva.it