Apr 30

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Sarebbe potuto bastare un cucchiaino di zucchero sciolto in un bicchiere d’acqua per vivere.

Sarebbe potuto bastare non essere picchiati per vivere.

Sarebbe potuto bastare non essere abbandonati per vivere.

Sarebbe potuto bastare che qualcuno non commettesse omicidio per vivere.

Lyndon

Mar 19

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Nostra Signora Violenza torna a mostrare il volto da lei più amato, concreto, fisico e terribile. E’ stanca di vestire i panni verbali e tediosi degli scontri politici e questa volta ha bisogno di tornare a se stessa, alla sua essenza orribile.

Nostra Signora Violenza riprende il volto di Stefano Cucchi, ce lo ricorda ora, dopo mesi, raggelandoci sotto le vesti di un racconto asettico di morte e di abbandono. Il ricordo di un corpo martoriato e picchiato, lasciato morire perché senza la protezione di nessuno, emerge nell’eco distorta di giustificazioni, di distinguo, di rettifiche, di disanime, di sentenze, di voglia di vendetta e di bisogno di nascondersi.

La responsabilità di quanto fatto dallo Stato, da chi in nome della Repubblica ha giurato di proteggere, da chi in nome di qualcosa di ancor più antico ha giurato di curare, si iniziano a delineare, uscendo lentamente da una nebbia viscosa.

Si parla di omicidio preterintenzionale e colposo. Si parla soprattutto di un ragazzo che per aver protezione e ascolto ha smesso di bere e mangiare pur sapendo di andare incontro alla morte.

Noi siamo, per ogni volta che a Stefano Cucchi è stata negata la proprià dignità umana e civile, di fronte a chi lo ha ucciso a ricordare. Esistiamo, per ogni ferita inferta, di fronte a chi lo ha picchiato. Non dimentichiamo, per ogni minuto lasciato trascorrere invano, coloro che si sono nascosti.

Facciamo tutto questo perché noi siamo Stefano Cucchi e non vorremmo mai essere il sangue pesto di Nostra Signora Violenza.

INTERSETTIVA

Nov 02

I medici non hanno potuto obbligare Stefano Cucchi  a bere e mangiare, il ragazzo non voleva, si giustificano. E’ possibile che in tutto il Pertini non vi fosse un pio timorato di dio, capace di sostenere la vita a ogni costo, pure quello di contraddire certe uniformi? Dov’era il rispetto per la vita dei medici obiettori di coscienza? Quando il corpo da tenersi stretti era quello di Euana Englaro nessuno avrebbe staccato la spina. Con Stefano Cucchi invece si rispetta la sua presunta decisione di rifiutare cibo e acqua? Che amara e contorta manifestazione di civiltà!

Poi terribili suonano anche queste parole nell’articolo di Repubblica:

“Non sapevamo che avesse una famiglia” avrebbe riferito il dottor Aldo Fierro. E, forse, questo spiega tante cose e tante noncuranze.

Cosa spiega? Il fatto che senza l’appoggio di una famiglia un individuo nelle mani dello Stato è in balia della follia feroce e dell’indifferenza meschina di altri indiviui? Purtroppo sì, queste parole spiegano proprio questo: senza casa, senza famiglia, la legge è inesistente.

Si comprende perché fosse necessario tenere lontana la famiglia di Stefano Cucchi dall’ospedale. Gli assassini non temevano la legge, temevano la famiglia.

E questo fa ancora più male.

Lyndon

Ott 31

Queste sono parole che raccolgono stentatamente le sensazioni che rappresentano. Lo fanno in modo inappropriato perché il più furioso sdegno non è esattamente adatto a descrivere quella oscura e famelica morsa dello stomaco, stretto in un conato inespresso, quando ho letto e sentito della morte di Stefano Cucchi.

Non ho voluto vedere le foto.

Da qualche giorno ho un livido, tra il violaceo e il verdognolo al fianco destro: un pugno. Un pugno dato in palestra, durante un allenamento, un pugno solo un po’ più forte e preciso del solito. Davanti allo specchio guardo questa mia piccola porzione di sangue rappreso, di ematoma leggero e fissandoci sopra lo sguardo vedo il corpo di Stefano Cucchi. Lo vedo come se fosse tutto del colore del livido, come se fosse tutto fra il viola e il verde. Poi mi vengono in mente le fratture, l’occhio cacciato nell’orbita, il viso torturato. Non li ho visti, non ho voluto. Ma tocco un poco il mio livido e provo quel leggero dolore e penso a quello provato da Stefano Cucchi, indeterminatamente più forte, da rendere la morte una sollevante fine.

Penso che al suo posto avrei potuto esserci io, un mio amico, un familiare.

Non vale, non ha senso, dire a me stesso che basta non mettersi nei guai per non fare la stessa fine di Stefano Cucchi. Non basta essere un bravo ragazzo, quello che mi dicono che io sia. Non è sufficiente. Quando è Signora Violenza a viverci accanto e tutta intorno, ininterrottamente, non c’è distinzione fra buoni e cattivi, non sai con esattezza cosa fare per evitarla, la Signora. Se, con suo più assoluto arbitrio, decide di morderti, lo farà senza guardare a cosa tu abbia mai potutto fare.

L’incertezza è il veleno che si spande dopo essere stati trafitti dalla fine di Stefano Cucchi. L’incertezza che, senza legge, costringe ognuno di noi a guardarsi le spalle. L’incertezza che rende ognuno di noi un prelibato pasto per Signora Violenza.

E non parlo solo della sua massima realizzazione: dolore e morte. Parlo della quotidiana angheria che gli individui non protetti dal potere - nelle  sue più variegate forme e immagini - sono costretti a subire in uno stato senza legge.

Queste sono parole che, come ho detto, significano stentatamente. Ma se come me alla notizia della morte di Stefano Cucchi sentivate di volere e di esigere vendetta, se come me desideravate di procurarvela con le vostre stesse mani, passando da parte a parte il cuore degli assassini, allora queste parole le capite e allo stesso tempo capite che siamo i degni figli di Nostra Signora Violenza.

Lyndon

intersettiva.it