Giu 14

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The unending rose

A los quinientos años de la Hégira
Persia miró desde sus alminares
la invasión de las lanzas del desierto
y Attar de Nishapur miró una rosa
y le dijo con tácita palabra
como el que piensa, no como el que reza:
Tu vaga esfera está en mi mano. El tiempo
nos encorva a los dos y nos ignora
en esta tarde de un jardín perdido.
Tu leve peso es húmedo en el aire.
La incesante pleamar de tu fragancia
sube a mi vieja cara que declina
pero te sé más lejos que aquel niño
que te entrevió en las láminas de un sueño
o aquí en este jardín, una mañana.
La blancura del sol puede ser tuya
o el oro de la luna o la bermeja
firmeza de la espada en la victoria.
Soy ciego y nada sé, pero preveo
que son más los caminos. Cada cosa
es infinitas cosas. Eres música,
firmamentos, palacios, ríos, ángeles,
rosa profunda, ilimitada, íntima,
que el Señor mostrará a mis ojos muertos.

J. L. Borges

Perché ogni uomo è in una vita tutti gli uomini nel tempo come ogni libro è in una volta tutti i libri nella biblioteca.

Intersettiva La Memoriosa

Feb 12

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Sospensione dal tempo calendarizzato:

Nevica, nevica e non ho più fretta di finire il giorno!

Sono lento insieme ai fiocchi, cadiamo piano

dondola e prendi tempo, scivoliamo.

Quando usciremo da qui non sarà più notte nera

ma bianca, leggera

e la luce non smetterà di cadere.

                                                                                       Roma e neve

Lyndon

Gen 05

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‘Ndrangheta è un nome digrignato in bocca, di un rosso scuro, come di sangue rappreso. E’ un nome nero che suona spesso con la morte e la polvere da sparo.

E se fossimo ancora abbastanza curiosi, anche dopo gli spari e i soldi lerci a palate, se avessimo un poco d’attenzione capiremmo forse che ‘Ndrangheta e ‘Ndrina - il clan, la famiglia - sono ciò che rimane dopo una degradazione, almeno ai nostri occhi. La degradazione del greco anèr - vir per i latinofili. La degradazione del nome che in greco antico stava a significare l’uomo nella propria realizzazione virile, nel pieno delle sue virtù. La virtù cioè l’andrèia.

‘Ndrangheta è un nome decaduto, infangato, un figlio macchiato di parricidio. E’ un nome che trasforma un criminale in un anèr, in un uomo. E questo paradosso taglia un sorriso beffardo sul volto della ‘Ndrangheta che così ci deride con presuntuosa supponenza.

E pure un altro passo, arrivati a questo punto, potremmo farlo. Sopportare la morte che c’è in questo nome. Sopportare la beffa che c’è in questo nome, per riuscire a vedere una differenza fondamentale, per riuscire a percepire una distanza essenziale.

L’attentato a Reggio Calabria, il funerale di Nick Rizzuto dall’altra parte dell’oceano e i ricordi che abbiamo delle mafie - veri o di finzione che siano - sono segni che provengono da un mondo figlio di un tempo diverso da quello in cui in parte dovremmo vivere noi. Un tempo in cui ciò che conta è il clan, la legge del clan, non si conosce diritto ma solo la forza del clan. Poco importa se si tratta di un tempo percepito come arretrato, l’importante è capirne la diversità col nostro e, cosa ancora più importante, l’ibridazione col nostro.

Perché il tempo delle mafie, la struttura sociale delle mafie, a guardarale da vicino, è spesso la nostra struttura, i loro costumi sono i nostri e combattere la mafia è perciò un lotta contro noi stessi.

Siamo mafiosi quando infrangiamo le regole, anche le più leggere, siamo mafiosi quando in una discussione cerchiamo di avere ragione usando mezzi esterni alla discussione, quando usiamo il potere senza leggi, anche quello più leggero. Non è necessario fare affari con la coca e uccidere a sangue freddo per essere mafiosi, basta sopportare il sopruso nella speranza di essere almeno una volta nella vita fra quelli che picchiano.

Perciò non basta percepire e denunciare la differenza fra noi, cittadini dentro la legge, e le mafie, organizzazioni criminali di fuorilegge. Non basta chiedere legittimamente che sia fatta giustizia. Bisogna innanzitutto riconoscere che la mafia è una società eticamente e politicamente compiuta in contrapposizione fondamentale con le basi della nostra Repubblica, come lo potrebbe essere uno stato totalitario o una teocrazia. Soltanto ammettendo ciò si avrebbe la forza per debellare le mafie.

Gli attentati mafiosi sono attentati di uno Stato ’straniero’ contro la Repubblca italiana. Noi pensiamo solo che si tratti di crimine organizzato, senza badare a cosa significhi l’esser organizzati.

Un po’ di tempo fa - non molto perché ho ancora l’impressione di essere giovane - sentivo alla televisione l’espressione: “uno Stato nello Stato”, quando si parlava di mafia. Ora non la sento più e invece dovrebbe essere il cardine di ogni buon ‘diffamatore’ del nostro Paese.

A proposito un’ultima cosa, pensate un istante al nome ’diffamatore’, se quando si viene apostrofati in questo modo vuol dire che si è parlato di mafia - da dilettanti o da prefessionisti, per caso non credete anche voi che “lo Stato nello Stato” non sta più dentro a niente ma è semplicemente rimasto da solo, libero Stato in povera Italia?

Lyndon

Set 17

Non solo libri e giornali si trasformano in immagini della rete, anche le strisce a fumetti si sono date, e continueranno molto probabilmente, al pubblico on-line. Su El Pais si trova un bell’articolo a riguardo, con spunti interessanti sulle possibilità grafiche amplificate dal digitale ma anche sull’esigenza di mantenere l’anima del fumetto anche se scorporata dal proprio corpo di carta.  A questo proposito:

Jimeno, de WEE, marca los límites: “Si se puede parar a leer la página, si el componente de tiempo lo controla el usuario, es un cómic. Si hay algo que hace que avance automáticamente, dejaría de ser un cómic. Sería una animación”. Este madrileño de 21 años prepara un manual sobre teoría y práctica de los webcomics.

 Lyndon

intersettiva.it