Dic 29

La TV vince ancora. I telefonini sono radicati nei desideri italici con una forza inumana e il web nostrano è lento e con un tasso di penetrazione da fanalino di coda. E poi i giovani sono quelli fra noi più on-line.

Lasciamo stare l’aspetto linguistico - la scelta di “tasso di penetrazione” è orribile, semplicemente e tristemente orribile. Per non parlare del solito e feticista amore per l’ovvio della ’scoperta’ che sono i giovani quelli più on-line di tutti noi. Lasciamo stare che è meglio.

Concentriamoci sul fatto che la televisione vince ancora e che la rete italiana assomiglia più a un’enorme e iperamplificata versione ad alta tecnologia di “radio serva” piuttosto che al web, proteiforme realtà virtuale di connessione e comunicazione d’idee. Soffermiamoci sul fatto che per noi uno schermo piatto val bene una messa. Sul comandamento che non avrai altro telefonino che l’ultimo uscito.

Se considerassimo tale risvolto forse non ci stupiremmo del fatto che lo zelo igenico-sanitario di qualcuno si fa tremendissima caccia. Forse capiremmo che minacciare censure al web italiano non è niente di più che un effetto di scena.

Domandiamoci: se un giorno avessimo  bisogno di svegliarci e riprenderci qualcosa che ci è stato sottratto, riusciremmo a ricordarci come si usa il web?

Ho la presunzione di dire che se ci sarà questo bisogno, noi saremo qui a colmarlo.

Lyndon

Dic 28

Si parla di strategie da cambiare perché l’ultimo Nobel per la pace abbia senso e perché in Occidente si cominci a capire come reagire con una qualche efficacia alla crisi della teocrazia iraniana.

Si dice che ormai i tempi siano maturi per una rivoluzione e che la protesta sia destinata a radicarsi in profondità, potendo godere di un’organizzazione amplificata dal web e dai telefoni cellulari.

Per ora si muore.

E a non aver paura della morte sono donne e uomini della stessa età nostra o più giovani.  A macchiarsi di sangue, del loro sangue, sono ragazzi e ragazze che hanno deciso di non dormire più o meglio di non potersi permettere di dormire, accettando che fuori dalle calde lenzuola fischiano proiettili accanto alle manganellate.

I visi che rimbalzano nella rete sono come i nostri. Ma sui nostri non c’è il nostro sangue, sui loro sì c’è il loro sangue sulle loro mani.

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INTERSETTIVA

Dic 08

Forse dovremmo costruire un cenotafio per la nostra lingua, ché lei non ha corpo se non nelle nostre voci o sui nosri schermi o sui vecchi od odierni fogli ma certo un corpo vero non l’ha che possa essere mangiato da una tomba. Lo dovremmo costruire all’ombra dei falansteri pieni dell’ingnoranza più greve e della superficialità più laida e pingue. Dovremmo costruirne uno in ogni piazza, in ogni Università.  A presente e futura memoria del nostro delitto.

Ma se così facessimo avremmo ancora un’inezia almeno di rispetto per la defunta, avremmo ancora nostalgia del tempo in cui parlavamo fra noi grazie alla dipartita lingua nostra. Se costruissimo un cenotafio poi dovremmo scrivere un epitaffio e decretare che il corpo che piangiamo vive ancora.

Non ci saranno epitaffi né tanto meno cenotafi. A leggere i dati dell’analfabetismo di casa nostra, del disprezzo verso la nostra lingua soprattutto, c’è da impallidire dal terrore e dall’orrore di una dialettizzazione dell’italiano, divorato dall’interno da noi stessi e dall’esterno dalla forza colonizzatrice di altre lingue più forti e belle o da strumenti di comunicazione per noi trappole tremende.

E su queste trappole voglio soffermarmi. Si parla infatti di un concorso di causa nella progressiva morte dell’Italiano da parte di tecnologie come  quelle del telefonino o del web. Si imputa a tali strumenti di impoverire la lingua nei significati e nelle forme, di imbastardirla, macchiarla e via discorrendo con una serie di attributi che denunciano l’esistenza di una purezza della lingua da salvaguardare che è segno forse ancora più pauroso della fine.

Il web rende analfabeti gli Italiani, li rende pieni di strafalcioni, impedisce loro di leggere i libri, i giornali e di studiare la grammatica.

Al contrario credo che gli  Italiani avrebbero continuato a non leggere i libri, i giornali a esser pieni di strafalcioni e a non studiare la grammatica anche senza il web. L’unica cosa che il web fa è amplificare una situazione che ha però radici ben più profonde e dure a morire - e probabilmente anche assai difficili a riconoscersi.

Il web infatti con noi non fa niente altro che sublimare e potenziare la comunicazione orale a discapito di quella scritta, perché tale è già la nostra tendenza.  E lo fa grazie all’uso dell’immagine, alla sua riproduzione seriale, e soprattutto all’ibridazione del linguaggio scritto con quello orale, contribuendo a creare uno spazio semiotico in cui la comunicazione dell’informazione non passa più attraverso il linguaggio della pagina ma attraverso quello della parola. Una parola digitalizzata, ibridata con effetti grafico-visivi sempre più raffinati e potenti e soprattutto parola non scritta.

Ciò che il web fa è sottolineare una mancanza di abitudine alla disciplina della scrittura che non sta nel web - per chi sa quale programmazione di default  - sta in noi stessi.  Sta negli spazi che viviamo quotidianamente, spazi forgiati secondo canoni orali piuttosto che scritti, sta nel nostro rapporto con la pagina scritta, dalle istruzioni per l’uso fino alle vette dell’Italiano delle Humanae Litterae: un rapporto disastroso, idiosincratico e di allergia manifesta.

Noi preferiamo chiacchierare, piuttosto che scrivere, preferiamo stare a sentire la voce di qualcuno che ci incanti piuttosto che leggere i suoi scritti.

E’ curioso imputare al web la nostra intolleranza alla scrittura, alla lingua scritta. E’ curioso e paradossale perché il web è in realtà un libro potenziato. In rete si navigano pagine, le pagine di una biblioteca infinita. Il web è figlio della stampa e di quella parte della cultura occidentale che ha fatto della lingua scritta uno strumento di libertà ed emancipazione dal potere.

L’orrore che trasuda dall’analfabetismo di casa nostra non è allora solo quello dei grammatici che inorridiscono al suono di un congiuntivo mancato, o dei letterati che piangono l’oblio dei grandi scrittori. L’orrore dell’analfabetismo arriva giù fino alle radici della nostra società stringendo le viscere di ogni uomo libero che si vede accerchiato da una massa sempre più indistinta di animaloni senza linguaggio, che prima o poi nel proprio pingue e beato oscillare schiacceranno ogni cosa.

Lyndon

intersettiva.it