Forse dovremmo costruire un cenotafio per la nostra lingua, ché lei non ha corpo se non nelle nostre voci o sui nosri schermi o sui vecchi od odierni fogli ma certo un corpo vero non l’ha che possa essere mangiato da una tomba. Lo dovremmo costruire all’ombra dei falansteri pieni dell’ingnoranza più greve e della superficialità più laida e pingue. Dovremmo costruirne uno in ogni piazza, in ogni Università. A presente e futura memoria del nostro delitto.
Ma se così facessimo avremmo ancora un’inezia almeno di rispetto per la defunta, avremmo ancora nostalgia del tempo in cui parlavamo fra noi grazie alla dipartita lingua nostra. Se costruissimo un cenotafio poi dovremmo scrivere un epitaffio e decretare che il corpo che piangiamo vive ancora.
Non ci saranno epitaffi né tanto meno cenotafi. A leggere i dati dell’analfabetismo di casa nostra, del disprezzo verso la nostra lingua soprattutto, c’è da impallidire dal terrore e dall’orrore di una dialettizzazione dell’italiano, divorato dall’interno da noi stessi e dall’esterno dalla forza colonizzatrice di altre lingue più forti e belle o da strumenti di comunicazione per noi trappole tremende.
E su queste trappole voglio soffermarmi. Si parla infatti di un concorso di causa nella progressiva morte dell’Italiano da parte di tecnologie come quelle del telefonino o del web. Si imputa a tali strumenti di impoverire la lingua nei significati e nelle forme, di imbastardirla, macchiarla e via discorrendo con una serie di attributi che denunciano l’esistenza di una purezza della lingua da salvaguardare che è segno forse ancora più pauroso della fine.
Il web rende analfabeti gli Italiani, li rende pieni di strafalcioni, impedisce loro di leggere i libri, i giornali e di studiare la grammatica.
Al contrario credo che gli Italiani avrebbero continuato a non leggere i libri, i giornali a esser pieni di strafalcioni e a non studiare la grammatica anche senza il web. L’unica cosa che il web fa è amplificare una situazione che ha però radici ben più profonde e dure a morire - e probabilmente anche assai difficili a riconoscersi.
Il web infatti con noi non fa niente altro che sublimare e potenziare la comunicazione orale a discapito di quella scritta, perché tale è già la nostra tendenza. E lo fa grazie all’uso dell’immagine, alla sua riproduzione seriale, e soprattutto all’ibridazione del linguaggio scritto con quello orale, contribuendo a creare uno spazio semiotico in cui la comunicazione dell’informazione non passa più attraverso il linguaggio della pagina ma attraverso quello della parola. Una parola digitalizzata, ibridata con effetti grafico-visivi sempre più raffinati e potenti e soprattutto parola non scritta.
Ciò che il web fa è sottolineare una mancanza di abitudine alla disciplina della scrittura che non sta nel web - per chi sa quale programmazione di default - sta in noi stessi. Sta negli spazi che viviamo quotidianamente, spazi forgiati secondo canoni orali piuttosto che scritti, sta nel nostro rapporto con la pagina scritta, dalle istruzioni per l’uso fino alle vette dell’Italiano delle Humanae Litterae: un rapporto disastroso, idiosincratico e di allergia manifesta.
Noi preferiamo chiacchierare, piuttosto che scrivere, preferiamo stare a sentire la voce di qualcuno che ci incanti piuttosto che leggere i suoi scritti.
E’ curioso imputare al web la nostra intolleranza alla scrittura, alla lingua scritta. E’ curioso e paradossale perché il web è in realtà un libro potenziato. In rete si navigano pagine, le pagine di una biblioteca infinita. Il web è figlio della stampa e di quella parte della cultura occidentale che ha fatto della lingua scritta uno strumento di libertà ed emancipazione dal potere.
L’orrore che trasuda dall’analfabetismo di casa nostra non è allora solo quello dei grammatici che inorridiscono al suono di un congiuntivo mancato, o dei letterati che piangono l’oblio dei grandi scrittori. L’orrore dell’analfabetismo arriva giù fino alle radici della nostra società stringendo le viscere di ogni uomo libero che si vede accerchiato da una massa sempre più indistinta di animaloni senza linguaggio, che prima o poi nel proprio pingue e beato oscillare schiacceranno ogni cosa.
Lyndon
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